domenica 20 gennaio 2013

Le colline sono già più in là


Volevo ricordare al medico, allo strizzacervelli, al grullaio, allo #sfornapillolefelici e ai suoi seguaci, che le colline son già più in là, han preso il volo, il volo verso altri lidi, in un parto di cuore, nessun cesario, da queste parti c’è puzza di vecchio, non di antico. Ricordarsi della lista di accenti ganzi dritti e mirabolosi e fantasmagorici sempre supersonici raccolti in questi anni, nessun inca alla porta, suona solo la marmotta, quatta quatta matta matta, giuro non son pazzo, sono solo partite, è solo che non ritornerà non ritornerà più. Abbiamo speso di occasioni non rimpiangerle non rimpiangerle: mai. Voglio solo ricordarle che non voglio la cura ma il metodo, non mi curi, mi dica solo la natura dei miei sintomi, ho in mente di farci un libro, un film con nanni moretti nanni e woody sempre lui woody. Ho voglia di stalattiti, di stalagmiti, di stalle, di stelle, di chioschi a forma di trulli al colosseo, di negri illuminanti con un laser di color color neo. Non sono grullo ma strizzami, non curarmi ma indicami, come una formica patologico lavoro, come un uomo faticoso non adoro, come un adolescente più non sono, non mi innamoro, come un alieno mi inchino al poter dell’oro, non sono come loro, ma loro guardo e canto canto e lo faccio in un coro solo: le colline son già più in là, han preso il volo volo!

domenica 30 dicembre 2012

Un parto di cuore


Ho visto le migliori menti della mia generazione perdersi dietro un bancone, murarsi in un amore, drogarsi e fare figli adulti. Tutt’altro che nulla esclama il grande sciamano quando il treno parte, tutt’altro che niente disse a bassa voce con i vetri sipario l’occhio di donna. L’alba negra corse su comete alcoliche, versi mutevoli e simpatiche caldarroste fra gli accaventiquattro e un pulcinella scalzo fatto da stoico bacco virtute. I binari sbuffanti in canne di ghisa e frumento, di acciaio e stucco tossico erano buoni per i ragazzini a secco di cosmo. Lei lo guardò, come non l’aveva fatto mai, come aveva fatto sempre, con il cuore negli occhi di ghiaccio, negli occhi belli suoi belli. Lui si assolse in un pianto lungo un metro, in un addio fumario, dai arrivederci amore ciao, dai che insieme a te non ci sto più. Niente nuvole lassù, un pezzo arancione che quando lo guardò sole giallo fu splendente e vispo. Il nonno giovane adolescente della terra fiorì con la lupa e il licantropo. Fate l’amore, quando il capostazione fischia, ragione nuda, che vuoi che sia un vetro, che vuoi che sia un’isola, fate rosso il corto con passione di tredici suore nuove di fronte al papa, fate di gusto, con dolore fretta di spezie rubate ai mercati persici. L’esercito sfumò, la spesa, i servizi, il dovere avere, il dovere avere le carte, il volere avere la fretta lenta del partire col salire del giorno, la spudorata notte che non finisce, tanto tanto prosegue nella vita colorita, si gioca nel cromatico spazio dei cuori affogati in stanze di lacrime, in schizzi di verde smorto, in pioggia neve sotto il vischio appeso ad una stella, di un bacio ladro malato, di un herpes in un urlo di 12 ore. Gravida soffia, tiro una vocale, il Buongiorno è un morso. Il Buongiorno amici è un parto di cuore.

sabato 22 dicembre 2012

Finestra



C’è un uomo alla finestra. Il suo occhio è un chicco di caffè, lo sguardo è corrucciato, la vista è fissa nel sognante. Metodico col cuore, presta gioie al vetro, pensa al passato, un sospiro e lungo. La moina del mondo è nascosta ma vitrea; è smorta. Furba. Un paesaggio desolato, la dimora viva, celebre, ricca, gioiosa. Il palato fino, giudicante, ambizioso, sazio di viola. Le sue vertebre piegate al sogno, il suo rifiuto scodinzolante al mondo. Il suo gesto di cera, pacato, funebre. Le sue gambe tese, tremanti, destabilizzate. Il suo occhio è un chicco di caffè, il paesaggio lo tiene sveglio. Le mura di avorio lo soffocano, lo irridono, il nano verde lo stringe, soffoca, la milizia lo gioca di olfatto. Emana versi sillabici, nessuna poesia, solo qualche vocale. L’arte dell’eremita, il canone inverso, la scuola di marzapane: qualche ricordo lo sfiora. Il realismo lo pervade e il respiro si affanna, uno sguardo di miscela, la schiuma del vento. Sorte assassina. Morte e pace.

lunedì 10 dicembre 2012

Pittore


Mormora , la gente, mormora. Ride, la gente, ride. Osservo. Un colpo di pennello per intingere sulla strada la pozzanghera in cui affogherò. Un colpo per disegnare la cantina con la mia giovinezza. Un colpo grigio topo per un cielo stanco. Un tocco di carne per le fossette dei sorrisi abbandonati. Un boccale per specchiarmi nei versi dell’alcol. Un sentimento celato fra i deserti della mente. Non vi osservo. Siete un filtro ottico, un ambiente lungo una strada dritta e infinita. Un luogo di transizione, uno specchio. E proseguo, senza specchiarmi. Rispecchiandovi. 


domenica 2 dicembre 2012

Pioggia


Lampo di tuono. Pioggia. Non bagna. Mi muovo. Scende. Il mio corpo fradicio. Mi fermo. Si ferma. Mi muovo. Si muove. Mi fermo. Il tempo è robotico. Mi fermo coperto. Piove. Rischio. Mi fermo scoperto. Sul ramo la foglia è verde. Sul fango la foglia è gialla. Si incontrano. Blu. 

mercoledì 28 novembre 2012

Bifolco sentimentale


I calli sotto la pianta del piede premono fino alle gengive sanguinanti, le scarpe nuove consumate ai bordi e sulle punte, i lacci, lunghi e mai avvolti, singhiozzano in grumi omogenei di fanghiglia, piscio e vomito, strisciano come lumache insozzano il parterre. Leggermente zoppicante, senza cintura di continuo tira su il calzone cascante in contemporanea nevrotico pulisce il naso rattico colante di un raffreddore eterno con le dita ingiallite dal fumo e con le pellicine sanguinanti vicine strumentali di unghie sfracellate dalla tensione. I vestiti maleodoranti, il monociglio occulta, ma non troppo, i brufoli. I denti ingialliti e frastagliati, il dentista nemico, assassino atono. Paranoico e con scarsa cura di sé, si stende sul divano smollato fuori al balcone. Inizia a piovere, vorrebbe piangere, starnutisce e le mani si imbianchiscono. Le vene pulsano. Scalda il cuore al microonde visivo, cuce connettivo l’occhio all’anima con la finestra difronte: due adolescenti innamorati, si baciano stesi sul letto. Lui sopra, sicuro di sé nel suo corpo scolpito, greco, come Lei regina fluttuante dall’ombelico floreale, si amano, compiono l’amore. Splendono nella luce soffusa della stanza che genera ombre immense e delicate sul palazzo difronte, sul suo volto sporco e rugoso, fra i suoi baffi incolti e la cicatrice al collo. Lui ama guardare, non si cura d’altro, pensa all’empatia a distanza, condivide la diffusione del sentimento altrui, ricco e generoso. Si infiltra fra le lenzuola candide rilasciando melma invisibile, le sue budella accarezzano i corpi. Dona le viscere al cuscino. Lascia la sua trasandatezza in frantumi di specchi mai visti, in gettiti di diffusione verso gli altri, nulla per sé se non il bello in testa. La convinzione della purezza, ruba, è un ladro di ombre, specchi e fumo denso. Amate, ma con cura, con paranoia che lui venga e vi strappi tutto, con delicatezza incauta. L’amore è vivo se coincide con la paura. Lui, è un bifolco sentimentale, apatico, ritualistico e profano. Vi ama perché si odia. Poi vi odia perché si ama. Succo gastrico apparente in amico di famiglia, fratello, amante, garzone, prete, medico, malato. Un neonato. Amatevi.

sabato 17 novembre 2012

Lunghi sogni


Era in un armadio scheletroso dal bianco avorio e mille ceneri lapillanti, fra le ansie dei motorini in fuga e i compagni infami, fra i giri di parole e i codici personali mimetici con cui interiorizzava i sogni e amplificava le paure altrui. Scriveva per esaltare l’aurora col cherosene. Alto fra i casti lugli. Rigido nei lunghi sogni. Vigilava insonne sulle macchie stanche di una strada folle, fra i cuscini della notte che sono pali, vetrine e muri d'ospedale. Dissonante, bistrattato dal Sé. Mai un caffè, bastava il singhiozzo provocato per restare sveglio. Sbandava alle nuvole radiografate dal lampo e crollava con le rocce di tuoni vive. Era una stella in declino senza sosta né caduta. Amava gli infissi delle finestre dell'armadio con cui arginava e volava con il resto del creato e non.

lunedì 29 ottobre 2012

Abbandono

Lasciavo parole su
fogli, scontrini,
pezzi di cielo, persone.
Avevo la miseria in tasca
le scarpe in fuga
e la giacca a vento.
Non respiravo bene
palpato dall’arido,
carezzato dal fruscio di 
muri, vetri
ospedali, cartoni.
Una lunga autostrada
ventricolare, un bacio al
barbone, alle colonne
greche urbane.
Respiravo fra le braccia
di casa, fra il ragno saporito e
l’albicocca crepuscolo.
Del timido altro
respiravo quando
lasciavo parole
al vento, a dio
al cuore. Morivo
appannato fra le vesti
di seta, fra il sottile
Incolto. Morivo di noia,
nell’oblio del pianeta
disadatto.

giovedì 11 ottobre 2012

Istruzioni per uso


La soluzione è centellinare le emozioni, spalmarle, stenderle lungo l'arco che compone la tua vita. Altrimenti quei pochi strati si assemblano in un'unica fase e il resto della tua vita è impastato da ricordi idealizzati. Una cosa al giorno, un turbine di tam tam quotidiano, noia e disattenzione, periodi ipotetici e inautentici. Cogli l'istante e scomponilo come un mosaico, prosegui nell'immaginario, non vivere troppo, scrivi. Non essere infantile per lungo tempo, rischi di cercare l'anima nei giocattoli, rischi che i giocattoli diventino persone adulte come te, che ancora non sei ma di fretta giochi a possedere e scartare. Non essere a lungo ragazzo, ma conserva l'occhio nuovo e malinconico con cui hai vissuto e hai provato l'amore. Sii uomo e a lungo, ricorda quando hai smesso di essere ragazzo, ricorda il dolore che ti ha smosso e relegalo ai bordi dell'universo. Di tanto in tanto affacciati oltre il tuo io e le tue piccole ma grandi relazioni sentimentali e sociali, ricorda il dolore quando l'hai provato, affrontato e superato. Cancella le persone che ti hanno ucciso per farti rinascere, vivi nuove vite nei tempi indotti dalla composizione universale, rimuovi i momenti brutti e il singhiozzo della paura dinanzi al futuro, togli, sposta, istruisciti ma non cancellarli. I momenti sono tuoi, il tempo no, vivi quanto ti è concesso. Se vita lunga sarà dosa il respiro, i pasti e i sorrisi. Se vita breve o fulminea che sia, piangi della morte ma prima balla insieme a lei, inaspettata quanto bella, ilare e gaudiosa nei suoi affetti. Balla con il neonato, lo storpio e il malato. Sappi che lei è equa e democratica, balla con tutti senza distinzioni eccessive. Vivi, se è per poco lascia i tuoi saperi come gioielli a chi ti ama, se è per molto costruisci un impero e donalo a chi non parla, a chi vende la tela del mondo sotto le spoglie di un mendicante, al bambino maturo o al giovane senza esperienza. La soluzione è avere un buon libretto con su scritto le istruzioni per l'uso, piegarlo e farlo volare come facevi alle scuole medie durante l'ora di religione, basta avere fede.

mercoledì 3 ottobre 2012

Dialogo da grande


Dopo i due caffè divisi fra loro due, i due come è solito ogni volta si accendono una sigaretta con l'accedino, pare che dopo anni questo resti un atto illecito da trascorrere in intimità amichevole. Accesa.

Ti dicevo che forse ho capito cosa voglio essere da grande.
Cosa?
Uno scrittore.
Cioè, che lavoro vuoi fare?
Scrivere
Sì, ho capito, ma vuoi scrivere libri, vuoi che i tuoi libri siano venduti?
No, voglio scrivere
 Se scrivi libri non scrivi?
No, non voglio scrivere per sopravvivere ma voglio scrivere per vivere.
Allora vuoi scrivere sui giornali?
No, voglio scrivere.
Sì, continuo a dirti che ho capito, ma anche il giornalista scrive.
No, non voglio scrivere perché devo scrivere ma voglio scrivere perché voglio scrivere.
Ok, non ho capito.
Allora, ti replico la risposta, prima alla prima domanda poi alla seconda: non voglio scrivere per fare lo scrittore ma voglio scrivere perché voglio essere scrittore; non voglio scrivere perché devo scrivere ma voglio scrivere perché voglio scrivere.
Mi puoi dire cosa vuoi essere anziché dirmi cosa non vuoi fare?
Non voglio fare lo scrittore ma voglio scrivere perché voglio scrivere e quindi voglio essere uno scrittore
E’ come fai a sopravvivere?
Te l’ho detto che non voglio sopravvivere ma voglio vivere.
E come fai a vivere?
Scrivendo.
E’ questo sarebbe uno scrittore?
No, questo sono io-scrittore.


I due spengono la sigaretta, un colpo di tosse e prendono il passo verso le rispettive stanze con le mani legate dietro la schiena, la coppola sopra la testa e il bastone che accompagna le loro stanche gambe all'ospizio in cui risiedono.