L’orologio di casa è fermo alle ore otto e quaranta e cinquantasei secondi. Le lancette non si inseguono più, non vogliono più incrociarsi. Tre aste di diversa misura ferme e distanti, come noi che non ci vediamo da tempo perché fa rumore. Guarda il silenzio delle lancette. Fredde su sfondo bianco si adattano ai muri sporchi sembrando statua cosa bella e morta. Il rumore della lavatrice, del frigorifero, del forno, della radio impongono di aumentare il volume della suoneria al telefono. Ho una suoneria così alta che il vicino di casa vorrebbe rispondere con tutta l’irritazione che ha in corpo. Violento mi distruggerebbe senza psicofarmaci. Anche io.
lunedì 17 febbraio 2014
lunedì 20 gennaio 2014
45 ricoveri
Un poeta. Si affaccia alla finestra del tavolino. Rompe i dialoghi affannati. Interrompe i lunghi respiri. Col fiato sospeso tiriamo gli occhi dal bicchiere. Ride guitto come se sapesse le nostre misere storie, la nostra vita priva di legami. E’ vecchio, biancoso, con i canini giallo oro e il cappello nervoso. Chiede di sedersi. Pagliaccio pronto a divertirsi. Lei gli chiede di improvvisare, lui dice che quella è roba da attori. Lui è poeta. Lei chiede una poesia d'amore. Lui chiede Cosa mi dai in cambio?, le prende una sigaretta; le sue sono nascoste nel giaccone. Mi dice Leggimi e rilascia una denuncia a suo nome presso la caserma del quartiere. Non riceve pensione. E’ per tre quarti invalido e danzante. Dopo 45 ricoveri, uomo classe ’52, si fa dire dall’assistente sociale Tu non sei normale. Lo ha mandato da una psichiatra - Come era bona - dice che gli ha dato del bipolare. Ao’ – inveisce offeso – Io so’ borderlain’. Per la pensione si improvvisa bipolare puro. Dice di aver dichiarato guerra ai ricchi con la poesia. Ricorda di Marisol, il suo amore ninfomane che non dice mai di no. Ci ruba il vino e ride guitto. Stava bene anche con Merz Bau, a Zurigo, dice di aver fatto un orgia dadaista e che c’era pure Lenin prima di fare la rivoluzione. Una notte alle 3 e 30 del mattino si sveglia per ispirazione, di solito si gira nel cartone. Non quella notte. Una pausa lunga per dire Vuoi vedere che sono nato a Macerata ma le poesie mie sono meglio di quello di Recanati? A memoria fruga nella mente, con le pause battute asilari fra le dita delle mani. Dice che la notte se scrive fa meno freddo, però scrivere lo frega, come quella volta che non lo portò sotto il ponte a dormire. 2 Giugno 2010. Si accende una sigaretta, ora fuori dal giaccone. Quel giorno scrisse male dell’Italia, poi ripensò a Marisol, che diceva sempre sì, come tutte le donne intelligenti, le uniche a cui dedicava le poesie. Per 5 euro le dedicava a tutte. Finisce a cantare in spagnolo col profumo del mare e i sorrisi di sabbia. Rigetta aggressivo l’infamità del prossimo. Non mi frega niente di quegli stronzi e poi ride come ride della pensione, delle poste, delle donne. Dobbiamo andare, la monotonia ci chiama. Con tutte le brutte parole del dialetto mio confuso dibatte il cappello. Non vuole essere scaricato. Si alza senza chiedere, senza dire, senza rime. E’ donna come la musa. Vate del mondo o almeno, idolo – morboso- del quartiere. Un Poeta.
domenica 19 gennaio 2014
La trappola dello specchio
Mentre affolli il bicchiere dei rapiti, dei reclusi, dei
ricercati. Mentre affolli una discoteca con la schiuma scontentata, svagata,
pulita, in un imprevisto concordato. Mentre rischi per giungere alla gloria,
per annaffiare la penna, per trovare contatti e contanti. Mentre strusci
silenzioso fra serate altrui dove rubare i discorsi, assorbire i fardelli,
sfuggire all'ambiente. Mentre proclami la rivoluzione a testa bassa, le scrivi
di amarla, componi poesie senza leggerle. Mentre resti intrappolato nello
specchio delle volontà di argilla senti i denti sporcarsi, nervoso un molare tira
come fosse attaccato a una fune legata a un furgone in quinta che sfanga sulla
metropoli pop antisociale.
C’è solo un momento in cui tutto questo finisce; quando vieni
liberato dal carcere entri in un centro sociale e strappi il manifesto in cui è
stampato il tuo volto con sotto scritto “libero”. Recluso o ricercato puoi liberarti dalle tue prigioni. Se non ti chiami Lander, tocca a te. Nelle prigioni sorrideremo agli amici distratti, non li
ascolteremo, torneremo ai mille pensieri, alle mille paure, alle inibizioni che ci
allontanano. Presto riprenderemo a parlarci, ma forse no, ci riavvicineremo al
tempo dei balli di gruppo e degli schermi piatti, lucidi e sognanti su cui
verseremo lacrime di infarti, nuvole sentimentali e rivoluzioni dolci che ci
scalderanno in una coperta corta che saprà farci dormire domando la tempesta di
incubi di latta.
lunedì 30 dicembre 2013
Perché la festa non deve finire e non finirà
Esclusi nel guscio collinare delle terre rese fertili dalla
lava ci si assopiva di entusiasmo. La festa che non deve finire e non finirà.
Ancora un bicchiere, brindiamo alla salute dei menestrelli, dei retorici
buffoni di periferia all’altare delle chiese mafiose, al potere delle regge dei
latitanti, al gregge che non passa mai come questo treno, come le tue parole.
- – Tu queste cose le devi scrivere – ripetevi
ossessivo fra i rami secchi e la terra fragile molle simile al ventre della
donna cannone. Dicevi di registrare tutto quello che pensavi, biopolitica,
futuro, movimento e stasi. Dicevi di non fare altro nella vita. Pensavi. E
pensavi a rilassarti in qualche modo. In qualunque modo. Intanto ridiamo ancora
un po’ così cascano gli occhiali, e quando così sarà le cose e le persone
saranno lo sfondo per aspirare con gli occhi il paesaggio. Il paesaggio al
mattino era piacevole, alternativo alla città, una possibile alterità per l’esistenza.
Un’altra possibilità. Decidemmo di sposare tutte le figlie del sultano per
farci contadini. Qualcuno si fece cane pur di restare nel giardino. Poi il dondolo prendeva
a cigolare, la carne franava dalla griglia e il cane divorava ingordo le
salsicce. Poi il cuoco doveva partire, il sabato lavora, e tu eri affamato.
- – Non pensarci. Guarda il tramonto – Era bello: il
sole iniziava a calare, le montagne succhiavano la luce fino a spegnerla per
poi addormentarsi. Il sonno non ci appartiene, perché la festa non deve finire.
Il tramonto non è finito. Eterno come noi. La musica delle chitarre randellanti
sprizzava gioia ripetuta e incontestabile, le bottiglie sgocciolavano dal
tavolo ai bicchieri, poi in terra. Il cane beveva tutto. Come noi. Poi
indossasti il giubbotto e ancora il passamontagna, lei il cappello, lo
scaldacollo, i guanti. Le ragazze dai visi gentili abbandonarono i sorrisi per
sciogliersi nella terra ghiacciata lungo i prati d’argento. La trama dei rami
era fitta e gli occhi molli.
– Non vedo nulla. Ma dov’è il tramonto? – La libertà del sole è calato conseguenza gelida su
di noi. I piatti volavano dalle mani della donna a bocca larga, pronta a
crollare al primo schiaffo. Era tempo di menarsi. Di tuffarsi. Di provarci. Di
restare nudi al freddo, a sognare una conchiglia in montagna e un pianto all’oratorio.
-
– E’ tempo di andarsene – Non c’è più lui, quello con l’auto. La
stazione lontana si fece vicina passo dopo passo, franando in discesa
raggiungemmo la meta in tempo per perdere l’ennesimo treno della nostra vita. Ghignante strascicò lungo i binari in faccia alla nostra felicità immune da conseguenze.
- – Balliamo un po’ sui binari, perché sai, la festa
non deve finire e non finirà. Siamo scout della vanità – Asciugati le lacrime di sangue, zabaglione e
miele. Lascia stare il telefono, corriamo e sbuffiamo come treni, prima o poi
ci fermeremo e sarà ancora festa, ancora un po’, il tempo della prossima stazione
e vino forte sarà.
martedì 24 dicembre 2013
Sciocco
Perché dirsi ti amo fu sciocco
obsoleto, fissato
nella ideale visione
di quanto creduto eterno.
Lo sapevamo. Incastrati
a desiderare con maestria.
Avremmo sconfitto in battaglia
la morte vincente;
a lei la guerra
meno epica della nostra sconfitta.
Oltre la morte avremmo vissuto
abbracci di anime in corpi annullati.
A fare l’amore
in case disegnate dai nostri figli.
Avremmo fatto luce
vicendevolmente
mentre i problemi
andavano a cospargersi;
i nostri denti gialli
lottavano per l’ultimo giorno
filtrando lunghi sorrisi.
giovedì 12 dicembre 2013
Un allaccio alla vita
Tutte le volte che mi innamoro. E’ un tempo breve. Intenso.
Senza fiato. Senza maestri. Mio.
Che respiro. E’ vita. Non morte. Progetto senza
peso. Senza domani. Di vita breve. Senza morte.
Tutte le volte che mi innamoro. E’ colpa del tuo odore. Dei tuoi
occhi. Dei tuoi silenzi. Del tuo viso. Del tuo teatro. Della tua arte. Dei tuoi
misteri. Dei tuoi miseri sorrisi. Delle tue grosse risa. Della tua
inadeguatezza.
Tutte le volte che mi innamoro. Non amo. Non costruisco. Non
morte. Né vita. Tutte le volte che ti respiro. E’ vita. Quando te ne andrai. Mi
innamorerò. Sarà finita. Un nuovo inizio. Una nuova vita.
Tutte le volte che la fai finita. Tutte le volte che fai
finta. Bussi alle mie prigioni. Ti chiudi. Mentre ti apri. Ti amo. Quando
disordini la mia vita. Ti amo. Quando disordini la mia stanza. Dimentico le
priorità. La vita. Non penso, alla morte.
Amo innamorarmi. Un allaccio alla vita.
venerdì 29 novembre 2013
Ambiguo Contorto
Sono sceso da casa di Matilde perché avevo appuntamento con
Dario. Almeno è quello che pensavo. O quello che volevo pensare perché da tempo
tendevo a mentire per superare le insidie. O per meglio dire a allontanarmi
dalla verità un po’ per volta. Come una spirale costruivo attorno un percorso
scalinato che mi avrebbe condotto a quanto realmente ero. A quanto
corrispondeva la mia personale verità assoluta, oggettiva dentro e fuori di me.
Quanto risultato del mondo esterno e il mio universo interiore. Verso il
paradiso ponevo la puntualità dell’io maturo raccolto negli altri, giù nell’inferno
lo stallo in cui ero confinato. Legato sentimentalmente al passaggio della
crescita, provvedevo con lentezza all’età di mezzo. L’età in cui sono poste
delle strade da percorrere e tu ci giri intorno. Anzi giri intorno l’ambiente
con superficialità di approfondimento e celere a spasso per l’isolato. Cagnesco
ti aggiri attorno al palo noto, controlli la pipì altrui, vedi quanto si
allontana da te e provi a inseguirla, ma a sera torni steso al balcone di casa.
Almeno avessi guadagnato il caldo divano. Dall’ambiguità nelle scelte, la cura
superficiale di piccoli progetti, tutti insistenti che ti rendono nevrotico
giungi al prossimo passaggio. Fili la corda nel momento in cui tutti scattano al
verde fino a non sapere quante volte ti hanno doppiato. Ad ogni semaforo, per
nasconderti esploravi strade sconosciute, solo in quel momento, ti sei scoperto
esploratore. Perdere tempo, stranamente ti spiaceva. Ti innervosiva. Rivolgevi
parola e azione alla prima occasione. Mai così dinamico. Pensavi che il viaggio
ti avrebbe cambiato, che i viaggi fossero liberi da ingombri. O
quanto meno avresti fatto giri più larghi, non più lunghi. Lento ma senza perdere
tempo. Quando credevi di avere talento per qualcosa in automatico ritenevi che
fosse il grimaldello per raggiungere la verità. Forse la confondi con la
felicità ma non è così. Conta raggiungerla. Non è neppure benessere. E’
presente. E’ liberazione che ti rende felice dell’ossessione. E’ l’ossessione
la tua unica volontà di vita. Ma forse è l’ordine. Sei a un bivio? No, sei
ambiguo contorto.
sabato 16 novembre 2013
Il giorno dopo il medioevo
Voleva fare il bibliotecario ma era allergico alla polvere,
apriva un locale ma era alcolizzato. Oggi lo scrittore non ha lavorato perché
ha vissuto tutto il resto. La politica si è fatta dietro a un bicchiere, intimo fra gli spessi fumi sudamericani. Dal bar non scattavano denunce, se arrivava la polizia era
per un posto di blocco. Quante camminate per sfuggire a un controllo. Abbassi
la testa sconfitto ma in fondo non ti importa poi molto. Hai la testa libera
sgombra, hai sbuffato fra i libri, hai starnutito di carta antica e polvere
spessa. Adesso è finissimo fluire. La madre di piazza guarda il figlio e dice Ci sono
tre tipi di donne Le puttane, le zoccole e quelle che volano, Hai mai visto una
donna volare? Ecco, quelle non esistono; il cerchio si restringe. Ritorni sui
tuoi passi, scorri la giornata trascorsa lungo la salita. Quell’affresco non l’avevo
mai visto e poi Guarda che Arco. Chissà perché le trame sono poi così diverse.
Guarda la reggia di Salerno, c’è ancora una torre, la pietra come la polvere a volte si accumula e rimane li a pendolare finché l'allergia non arriva. Per guardare mitigato il suo colare, il tempo per
raccontare lento, per smettere di guardare in pace. La fontana l’ha disegnata VanVitelli, il
muschio è l’incuria ponderata. Il bancone l’ha disegnato lui, lo slogan l’ha
fatto lui, la chiacchiera col commerciante è fatta. Conosciamo club di genti.
Facciamo politica della notte fra dialettali risate e chimere disegnate a forma
di partito, di storie incrociate, nomi, cose e la piccola città a portata di cognome
che come diceva un vecchio saggio nolano: di giorno è la mia città, di notte la
città è mia. Potente e sconosciuto navighi fra i vicoli vociati come messe, fra
castagne di vino e amari a luci basse. La serata sta per cominciare. Dopo la
poesia, c’è un nuovo viaggio sul taccuino, un libro da esplorare, una bicchiere
dà sollievo. Ha inizio qui: il giorno dopo il medioevo.
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martedì 12 novembre 2013
Piume d'oca
Arrugginito dalla politica della notte. Mesto dirigi la
socialità altrove. Ancora un giorno di militanza fra cantine asciutte e orzo
d’autunno. Quando s’ha fatto l’inverno, non ci davamo più bastonate, la legna
serviva a scaldarci. Lungo le pieghe della settimana, scordammo quale fosse
casa, tutte le porte erano plausibili. Mi dici Separiamoci. La giacca ce l’hai,
il resto no. E' il tempo di andare.
Girovago bussi alla ricerca di un pasto, con lo zaino leggero lasciato
in qualche feritoia in piuma d’oca d'occasione. Non ricordi in quale. Col piatto rivolto al petto, quando s’apre
la porta, lo porgi caritatevole. Sorridi scorrendo la dignità. Ogni buona donna
apre con calore, madre di cui ti scordi alla svelta, quando il naso inspira la
sottile vestaglia cadente, ti culli nelle braccia larghe e petto infuori.
Dopo il pasto ami la crema rivoluzionaria del limoncello di
campagna. Arrotoli il tabacco, pulisci i piatti, ti pulisci il piatto. Lo
raccogli fra gli altri. Saluti. Ti chiedono Vuoi dormire? Rispondi che Vuoi
sognare ma non hai sonno. Anche oggi hai mangiato, forse dormirai sereno, chissà dove. Ti basta un
pasto al giorno, meglio la sera così lo stomaco non farà capricci. Così non ci
saranno incubi e non avrai bisogno di madri. Potrai essere solo con una donna qualunque. Ma un altro
giro di stelle è iniziato, non ti immagini quali piume d'oca ti reggeranno. Non puoi tirarti fuori. Non hai paura. E' tempo di andare. Forte Ferro sei pronto per salire nella politica della notte.
giovedì 31 ottobre 2013
Compagno di sbronze
Veniva da lontano. Almeno per tutti. Forse, lui, fra noi si
sentiva di un altro paese. Forse non lo era. Ma era potenzialmente di qualunque
luogo. Aveva mille posti cuciti sul corpo. Una sola patria. Non poteva
dimenticarla, sentiva il bisogno di ribadirlo sempre. Il suo lembo di terra, così
piccolo e così povero da abbandonarlo. Ma un giorno tornerà, ripete alla fine
di ogni discorso. Mi diceva che un tempo è stata ricca e valorosa. Che i suoi
antenati hanno salvato i miei. Che noi non lo possiamo sapere perché i libri di
storia hanno ben altri impegni che spendere pagine e pagine, lezioni e bimbi
sonnecchianti da svegliare.
La sua bandiera ha una storia di lotte. Vorrei dire lo
stesso, ma non ha importanza, forse non corrisponde al vero. In fondo,
preferisco ascoltare i suoi occhi luccicanti. Un tempo non è stata ricca la sua
terra però non dimenticava mai di dire che era stata di tutti. Anche con poca
legna e tanto freddo. E che si amavano nella miseria. Che nessuno era solo o
senza lavoro. Che tutti andavano a scuola. Che il suo papà lo scrive sui libri
e il suo nonno, fedele al baffo sovrano, scriveva poesie e zappava la terra. Come
mio nonno, che, però, non sapeva nemmeno leggere. Mio nonno sapeva fischiare.
Quando beviamo, io e lui, quello che veniva da lontano, siamo così
diversi da parlare per ore. Da condividere l'esistente. Da bere per ore. Dice che da lui si beve molto. E
che bevo come i suoi avi. Il rito dei figli delle mani sporche si incontra. Mi
ripete che un giorno andremo insieme nella sua terra. E io, ripeto diretto, che
sarà a tavola col sangue mio. Presto sarà alba amico mio. Ti aspetta un viaggio lungo e pericoloso. Quando tornerai avrai tanto da raccontarmi, avremo le mani sporche dalla terra del bicchiere, come al solito in un vicolo metropolitano.
Fuori capitolo: la felicità, in fondo è realizzazione:
vedere la realizzazione materiale di quanto immaginato. In fondo, la bellezza non la trovi, la cerchi..
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