lunedì 30 dicembre 2013

Perché la festa non deve finire e non finirà

Esclusi nel guscio collinare delle terre rese fertili dalla lava ci si assopiva di entusiasmo. La festa che non deve finire e non finirà. Ancora un bicchiere, brindiamo alla salute dei menestrelli, dei retorici buffoni di periferia all’altare delle chiese mafiose, al potere delle regge dei latitanti, al gregge che non passa mai come questo treno, come le tue parole.

-       – Tu queste cose le devi scrivere – ripetevi ossessivo fra i rami secchi e la terra fragile molle simile al ventre della donna cannone. Dicevi di registrare tutto quello che pensavi, biopolitica, futuro, movimento e stasi. Dicevi di non fare altro nella vita. Pensavi. E pensavi a rilassarti in qualche modo. In qualunque modo. Intanto ridiamo ancora un po’ così cascano gli occhiali, e quando così sarà le cose e le persone saranno lo sfondo per aspirare con gli occhi il paesaggio. Il paesaggio al mattino era piacevole, alternativo alla città, una possibile alterità per l’esistenza. Un’altra possibilità. Decidemmo di sposare tutte le figlie del sultano per farci contadini. Qualcuno si fece cane pur di restare nel giardino. Poi il dondolo prendeva a cigolare, la carne franava dalla griglia e il cane divorava ingordo le salsicce. Poi il cuoco doveva partire, il sabato lavora, e tu eri affamato.

-       – Non pensarci. Guarda il tramonto  Era bello: il sole iniziava a calare, le montagne succhiavano la luce fino a spegnerla per poi addormentarsi. Il sonno non ci appartiene, perché la festa non deve finire. Il tramonto non è finito. Eterno come noi. La musica delle chitarre randellanti sprizzava gioia ripetuta e incontestabile, le bottiglie sgocciolavano dal tavolo ai bicchieri, poi in terra. Il cane beveva tutto. Come noi. Poi indossasti il giubbotto e ancora il passamontagna, lei il cappello, lo scaldacollo, i guanti. Le ragazze dai visi gentili abbandonarono i sorrisi per sciogliersi nella terra ghiacciata lungo i prati d’argento. La trama dei rami era fitta e gli occhi molli.

            – Non vedo nulla. Ma dov’è il tramonto? – La libertà del sole è calato conseguenza gelida su di noi. I piatti volavano dalle mani della donna a bocca larga, pronta a crollare al primo schiaffo. Era tempo di menarsi. Di tuffarsi. Di provarci. Di restare nudi al freddo, a sognare una conchiglia in montagna e un pianto all’oratorio.
-      
           – E’ tempo di andarsene – Non c’è più lui, quello con l’auto. La stazione lontana si fece vicina passo dopo passo, franando in discesa raggiungemmo la meta in tempo per perdere l’ennesimo treno della nostra vita. Ghignante strascicò lungo i binari in faccia alla nostra felicità immune da conseguenze.

-        Balliamo un po’ sui binari, perché sai, la festa non deve finire e non finirà. Siamo scout della vanità – Asciugati le lacrime di sangue, zabaglione e miele. Lascia stare il telefono, corriamo e sbuffiamo come treni, prima o poi ci fermeremo e sarà ancora festa, ancora un po’, il tempo della prossima stazione e vino forte sarà. 

martedì 24 dicembre 2013

Sciocco

Perché dirsi ti amo fu sciocco
obsoleto, fissato
nella ideale visione
di quanto creduto eterno.
Lo sapevamo. Incastrati
a desiderare con maestria.

Avremmo sconfitto in battaglia
la morte vincente;
a lei la guerra
meno epica della nostra sconfitta.

Oltre la morte avremmo vissuto
abbracci di anime in corpi annullati.
A fare l’amore
in case disegnate dai nostri figli.

Avremmo fatto luce
vicendevolmente
mentre i problemi
andavano a cospargersi;
i nostri denti gialli
lottavano per l’ultimo giorno

filtrando lunghi sorrisi.

giovedì 12 dicembre 2013

Un allaccio alla vita


Tutte le volte che mi innamoro. E’ un tempo breve. Intenso. Senza fiato. Senza maestri. Mio. 
Che respiro. E’ vita. Non morte. Progetto senza peso. Senza domani. Di vita breve. Senza morte.

Tutte le volte che mi innamoro. E’ colpa del tuo odore. Dei tuoi occhi. Dei tuoi silenzi. Del tuo viso. Del tuo teatro. Della tua arte. Dei tuoi misteri. Dei tuoi miseri sorrisi. Delle tue grosse risa. Della tua inadeguatezza.

Tutte le volte che mi innamoro. Non amo. Non costruisco. Non morte. Né vita. Tutte le volte che ti respiro. E’ vita. Quando te ne andrai. Mi innamorerò. Sarà finita. Un nuovo inizio. Una nuova vita.

Tutte le volte che la fai finita. Tutte le volte che fai finta. Bussi alle mie prigioni. Ti chiudi. Mentre ti apri. Ti amo. Quando disordini la mia vita. Ti amo. Quando disordini la mia stanza. Dimentico le priorità. La vita. Non penso, alla morte.


Amo innamorarmi. Un allaccio alla vita.

venerdì 29 novembre 2013

Ambiguo Contorto

Sono sceso da casa di Matilde perché avevo appuntamento con Dario. Almeno è quello che pensavo. O quello che volevo pensare perché da tempo tendevo a mentire per superare le insidie. O per meglio dire a allontanarmi dalla verità un po’ per volta. Come una spirale costruivo attorno un percorso scalinato che mi avrebbe condotto a quanto realmente ero. A quanto corrispondeva la mia personale verità assoluta, oggettiva dentro e fuori di me. Quanto risultato del mondo esterno e il mio universo interiore. Verso il paradiso ponevo la puntualità dell’io maturo raccolto negli altri, giù nell’inferno lo stallo in cui ero confinato. Legato sentimentalmente al passaggio della crescita, provvedevo con lentezza all’età di mezzo. L’età in cui sono poste delle strade da percorrere e tu ci giri intorno. Anzi giri intorno l’ambiente con superficialità di approfondimento e celere a spasso per l’isolato. Cagnesco ti aggiri attorno al palo noto, controlli la pipì altrui, vedi quanto si allontana da te e provi a inseguirla, ma a sera torni steso al balcone di casa. Almeno avessi guadagnato il caldo divano. Dall’ambiguità nelle scelte, la cura superficiale di piccoli progetti, tutti insistenti che ti rendono nevrotico giungi al prossimo passaggio. Fili la corda nel momento in cui tutti scattano al verde fino a non sapere quante volte ti hanno doppiato. Ad ogni semaforo, per nasconderti esploravi strade sconosciute, solo in quel momento, ti sei scoperto esploratore. Perdere tempo, stranamente ti spiaceva. Ti innervosiva. Rivolgevi parola e azione alla prima occasione. Mai così dinamico. Pensavi che il viaggio ti avrebbe cambiato, che i viaggi fossero liberi da ingombri. O quanto meno avresti fatto giri più larghi, non più lunghi. Lento ma senza perdere tempo. Quando credevi di avere talento per qualcosa in automatico ritenevi che fosse il grimaldello per raggiungere la verità. Forse la confondi con la felicità ma non è così. Conta raggiungerla. Non è neppure benessere. E’ presente. E’ liberazione che ti rende felice dell’ossessione. E’ l’ossessione la tua unica volontà di vita. Ma forse è l’ordine. Sei a un bivio? No, sei ambiguo contorto. 

sabato 16 novembre 2013

Il giorno dopo il medioevo

Voleva fare il bibliotecario ma era allergico alla polvere, apriva un locale ma era alcolizzato. Oggi lo scrittore non ha lavorato perché ha vissuto tutto il resto. La politica si è fatta dietro a un bicchiere, intimo fra gli spessi fumi sudamericani. Dal bar non scattavano denunce, se arrivava la polizia era per un posto di blocco. Quante camminate per sfuggire a un controllo. Abbassi la testa sconfitto ma in fondo non ti importa poi molto. Hai la testa libera sgombra, hai sbuffato fra i libri, hai starnutito di carta antica e polvere spessa. Adesso è finissimo fluire. La madre di piazza guarda il figlio e dice Ci sono tre tipi di donne Le puttane, le zoccole e quelle che volano, Hai mai visto una donna volare? Ecco, quelle non esistono; il cerchio si restringe. Ritorni sui tuoi passi, scorri la giornata trascorsa lungo la salita. Quell’affresco non l’avevo mai visto e poi Guarda che Arco. Chissà perché le trame sono poi così diverse. Guarda la reggia di Salerno, c’è ancora una torre, la pietra come la polvere a volte si accumula e rimane li a pendolare finché l'allergia non arriva. Per guardare mitigato il suo colare, il tempo per raccontare lento, per smettere di guardare in pace. La fontana l’ha disegnata VanVitelli, il muschio è l’incuria ponderata. Il bancone l’ha disegnato lui, lo slogan l’ha fatto lui, la chiacchiera col commerciante è fatta. Conosciamo club di genti. Facciamo politica della notte fra dialettali risate e chimere disegnate a forma di partito, di storie incrociate, nomi, cose e la piccola città a portata di cognome che come diceva un vecchio saggio nolano: di giorno è la mia città, di notte la città è mia. Potente e sconosciuto navighi fra i vicoli vociati come messe, fra castagne di vino e amari a luci basse. La serata sta per cominciare. Dopo la poesia, c’è un nuovo viaggio sul taccuino, un libro da esplorare, una bicchiere dà sollievo. Ha inizio qui: il giorno dopo il medioevo.

martedì 12 novembre 2013

Piume d'oca

Arrugginito dalla politica della notte. Mesto dirigi la socialità altrove. Ancora un giorno di militanza fra cantine asciutte e orzo d’autunno. Quando s’ha fatto l’inverno, non ci davamo più bastonate, la legna serviva a scaldarci. Lungo le pieghe della settimana, scordammo quale fosse casa, tutte le porte erano plausibili. Mi dici Separiamoci. La giacca ce l’hai, il resto no. E' il tempo di andare.

Girovago bussi alla ricerca di un pasto, con lo zaino leggero lasciato in qualche feritoia in piuma d’oca d'occasione. Non ricordi in quale. Col piatto rivolto al petto, quando s’apre la porta, lo porgi caritatevole. Sorridi scorrendo la dignità. Ogni buona donna apre con calore, madre di cui ti scordi alla svelta, quando il naso inspira la sottile vestaglia cadente, ti culli nelle braccia larghe e petto infuori.


Dopo il pasto ami la crema rivoluzionaria del limoncello di campagna. Arrotoli il tabacco, pulisci i piatti, ti pulisci il piatto. Lo raccogli fra gli altri. Saluti. Ti chiedono Vuoi dormire? Rispondi che Vuoi sognare ma non hai sonno. Anche oggi hai mangiato, forse dormirai sereno, chissà dove. Ti basta un pasto al giorno, meglio la sera così lo stomaco non farà capricci. Così non ci saranno incubi e non avrai bisogno di madri. Potrai essere solo con una donna qualunque. Ma un altro giro di stelle è iniziato, non ti immagini quali piume d'oca ti reggeranno. Non puoi tirarti fuori. Non hai paura. E' tempo di andare. Forte Ferro sei pronto per salire nella politica della notte. 

giovedì 31 ottobre 2013

Compagno di sbronze

Veniva da lontano. Almeno per tutti. Forse, lui, fra noi si sentiva di un altro paese. Forse non lo era. Ma era potenzialmente di qualunque luogo. Aveva mille posti cuciti sul corpo. Una sola patria. Non poteva dimenticarla, sentiva il bisogno di ribadirlo sempre. Il suo lembo di terra, così piccolo e così povero da abbandonarlo. Ma un giorno tornerà, ripete alla fine di ogni discorso. Mi diceva che un tempo è stata ricca e valorosa. Che i suoi antenati hanno salvato i miei. Che noi non lo possiamo sapere perché i libri di storia hanno ben altri impegni che spendere pagine e pagine, lezioni e bimbi sonnecchianti da svegliare.

La sua bandiera ha una storia di lotte. Vorrei dire lo stesso, ma non ha importanza, forse non corrisponde al vero. In fondo, preferisco ascoltare i suoi occhi luccicanti. Un tempo non è stata ricca la sua terra però non dimenticava mai di dire che era stata di tutti. Anche con poca legna e tanto freddo. E che si amavano nella miseria. Che nessuno era solo o senza lavoro. Che tutti andavano a scuola. Che il suo papà lo scrive sui libri e il suo nonno, fedele al baffo sovrano, scriveva poesie e zappava la terra. Come mio nonno, che, però, non sapeva nemmeno leggere. Mio nonno sapeva fischiare. 

Quando beviamo, io e lui, quello che veniva da lontano, siamo così diversi da parlare per ore. Da condividere l'esistente. Da bere per ore. Dice che da lui si beve molto. E che bevo come i suoi avi. Il rito dei figli delle mani sporche si incontra. Mi ripete che un giorno andremo insieme nella sua terra. E io, ripeto diretto, che sarà a tavola col sangue mio. Presto sarà alba amico mio. Ti aspetta un viaggio lungo e pericoloso. Quando tornerai avrai tanto da raccontarmi, avremo le mani sporche dalla terra del bicchiere, come al solito in un vicolo metropolitano.


Fuori capitolo: la felicità, in fondo è realizzazione: vedere la realizzazione materiale di quanto immaginato. In fondo, la bellezza non la trovi, la cerchi..

giovedì 3 ottobre 2013

Cronaca di una rissa non scritta



Anche stasera c’è stata una rissa. Ancora una volta. Ancora una volta non è la tua. Per dirla giusta: non è quella che vorresti. Stai lì, in silenzio a chiedere ancora una volta qualcosa, magari un semplice filtro. Rolli il tabacco distratto, pensi, ti domandi. Una volta acceso fai luce, il silenzio artificiale che hai appena costruito nella mente. Le strette boccate di fumo ingialliscono rapido il filtro, pochi tiri e nervoso spegni quanto già mozzicone. La cronaca è questa, oramai sei abituato, allenato. Istinti, impulsi da una parte; la mente da tenere lucida è fondamentale. Ci vuole equilibrio, non te lo ripeti più, è dentro e fuori di te. Pensi ancora un po’ fuori dalla notizia, la perdi per un’istante e cerchi il motivo per cui fumi. Chissà se fumi per vizio o per scaldarti. La lingua, di certo, è sempre calda, pronta a chiedere informazioni biografiche, a raccogliere resoconti dell’accaduto, a edificare narrazioni in pieno dramma meridionale.

Mentre provi a ricostruire la dinamica dei fatti nella mente, col taccuino nervoso che aspetta la fuoriuscita di quanto alla svelta hai appiccicato in mente, arriva una pattuglia della polizia. Qualcuno si chiede perché non sono arrivati i carabinieri, d'altronde, il luogo del fatto è dietro l’angolo rispetto alla caserma. Poi una dietro l’altra lo strillo di “a tutte le unità” porta con sé ben sei pattuglie dei carabinieri.

La prima auto si ferma: uno Striscia Rossa con lo sguardo dal finestrino appena abbassato controlla se in terra c’è la presenza di sangue. Il secondo carabiniere apre lo sportello dell’auto e fa leva con le braccia rigide sul tettuccio per stare su.

L’uomo, uomo di sistema, uomo di mondo, uomo che ne vede di tutti colori, chiede quale colore di pelle avessero i rissosi, di che razza si tratta. Qualcuno gli risponde dei bastardi, qualcuno dei pit bull, qualcuno scherza e dice un carabiniere.

La rissa, non fa notizia, o meglio, non fa notizia per il quartiere, nulla di nuovo, nulla di forte. Nulla a che vedere con la piazzetta. In piazzetta nessuno chiede informazioni sulla razza, lì, la razza è una sola. E comanda.

Non puoi scriverci un pezzo ti ripeti nervoso, sarebbe cronaca, sarebbe noiosa, sarebbe il solito. Non puoi romanzarla e non puoi raccontarla. O forse sì.

mercoledì 18 settembre 2013

Il cielo d'estate s'era guastato


Il cielo d’estate s’era guastato. Era una sera di settembre. L’estate, da sempre, prima o poi si rompe. Una serie di lampi sancivano il passaggio dal costume e il mare alle cartellette e gli zaini per la scuola. La città respirava ma nessuno aveva l’ombrello. Non c’erano anziani per strada, o almeno quelli con le cicatrici o le ossa sensibili. I segni, come le cicatrici e le ossa usurate, sono profetici, raccontano la storia del futuro e non dimenticano il passato. Tutti i restanti in strada si rifugiarono sotto i portici o nei bar. Non c’erano molte persone.

Una coppia di ragazzi stretti con la mano corre verso l’auto.

Hanno poco più di vent’anni. I vestiti zeppi d’acqua si sono allungati al punto da ricordarsi quando ancora bambini giocavano a indossare i panni dei grandi. Quando piove anche i bimbi grandi non fumano per paura che la sigaretta si spenga. Entrano in auto. Accendono l’aria calda e respirano forte per il guizzo. Hanno i capelli scuri piangenti, la pioggia è dentro di loro, cola sui sediolini di pelle.

Lei ha il trucco sfatto, distesa fissa il tettuccio sollevata ma inquieta. Lui ha freddo. Le mani hanno delle rughe sulle punte interne delle dita, per un istante ride vedendosi invecchiato. Si volta con lo sguardo lungo i sedili posteriori, trova un telo da mare utilizzato il giorno prima sulla spiaggia assolata. Lo raccoglie e glielo porge per asciugarsi. Lei, che s’era persa a fissare il tettuccio, lo raccoglie e con premura asciuga i capelli di lui, gli stropiccia il capo, lo riconosce come quando erano bambini.
Lui, le pulisce il viso dal trucco scollato, si sofferma per un istante sulle lentiggini. E’ come se non fossero mai cresciuti. Lei, gli toglie la maglietta a righe orizzontali azzurre e bianche, che come un acquerello sono diventate di un solo colore. Gli asciuga il petto, la schiena e poi l’addome. Sente il suo corpo come nuovo. Poi leva da dosso il vestito bianco ormai trasparente e i pesanti stivaletti marroni non più fuori stagione che ama tanto.

Lui, le sfiora le labbra con un dito, quasi pensa male ma lei lo conosce bene, fruga nella sua incertezza e la blocca con spesse labbra piggianti sul suo labbro inferiore. Lenta sfiora il volto, sembra nuovo di pioggia. I lineamenti del viso sono rigidi, fissi nella mascella scura e nel naso storto. Lei, è diventata donna. Ha la pelle soffice e il corpo da ballerina. Il viso ha le prime rughe al lato degli occhi, dice che piange molto e che spesso ride. Lenti, si scoprono adulti. I vetri si appannano con cautela e la pioggia, che picchiava sul tetto, addolcita si posa sottile prossima alla fine.

“E’ tempo di andare” dice lei.

Lui acconsente con un cenno e un sorriso formale. Gira la chiave nel quadro di accensione mentre spera che il motore sia troppo freddo per avviarsi. L’auto parte, come se mai avesse piovuto. In pochi minuti le strade si affollarono di nuovo, sembrava si fosse guastata l’estate e invece era l’aria da cambiare. 

La pioggia era quello che ci voleva.

Giunti alla stazione si abbracciarono forte. Il trucco era di nuovo scollato, il viso un po’ meno adulto. Lei scese e si diresse al binario. Lui non l’accompagnò, non lo faceva mai. Diceva che presto l’avrebbe raggiunta per sempre. Come ripeteva ogni anno.

venerdì 13 settembre 2013

Quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc

Fra le mura bianche colte con rigore simmetrico, maniacale, c’erano quadri spasmodici di cervelli tumefatti, liquidi, spappolati nella miseria somatica. Qui ho conosciuto Gerico. Una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti. Malformati ci catturarono tutti nelle notti sumere.

Colpa del viso sfatto: il frenologo del capitale rapì la ragione di mio padre. Quando scrivevo protendevo il mento avanti, quasi a frugare, col naso schiacciato fisso sulle miserie del labbro superiore smosso. Col tempo i denti migrarono fra l’inchiostro di chi vive ai margini. Il muso si spostò, il viso cambiò. Il naso cosparso di polvere da sparo. Le scapole pressate nei continui piegamenti in cerca di tartufi per la ragione che motivassero i fucili; la guerra giusta: il quotidiano scalare.

Bevevo acqua per dimenticare i crimini dei ribelli, le armi chimiche delle infermiere, per nascondermi dalla caccia. Deglutivo pillole comportamentali in ore stabilite. Nulla scomposto. Tutto qui: quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc perché, dicevano, un pazzo non deve amare nessuno.

Il messia era accaventiquattro, cigolava nella paglia di una grotta ricoperta dal vuoto. Un pazzo che urlava al cielo tutto il suo amore in Dio. L’arido trascinava i pensieri nell’immenso divino. Campo di concentramento involontario. Avevo i tratti somatici tumefatti dallo scrivere. Lo ripeto. La colonna vertebrale incrinata, curva, cigolante come le porte di pietra della sua grotta. La madre aveva destinato Cristo fra noi pazienti di Dio.

Dio camice bianco.

Stasera tocca a lei. Stasera tocca a te. Determina le nostre vite, si insinua fra le nostre debolezze, uccide i figli che mai avremo. Non dormire stanotte, non ho voglia di svegliarti, me lo ripete senza guardare gli occhi miei belli strafatti, giuro senza pianto. Prosegue dicendo: prega, prega fino all’impossibile e sarò lì con te. Immagina, non puoi. Tu sarai mia, sacrificio settimanale, programmato in turni, quando sarai finita, esaurita, sarai sterilizzata, non metterai più al mondo altri pazzi.

Per me scriverai versi indimenticabili, avrai la tua Palestina, a me non resta che fare Dio. Interrogami ogni giorno sulle morti delle vicine di letto, sui malanni al tuo sesso, ad ogni assenza di risposta ti cullerò nel silenzio, nel mistero. Sei mia. Paziente che non sei altro.


Pausa caffè? Chiede l’infermiera. No, c’è molto da sbrigare: avanti il prossimo.

Una volta fuori di lì, come Gesù mi sono ridestata mentre lui gridava e dalla grotta echi uscivano privi di intervalli, sovrapposti fra loro. Ho avuto la mia resurrezione, la mia libertà, rifiutando le cure, le medicine. Appassendo come un fiore ho rinunciato a un Dio cattivo perché noioso.

Ora, prima che il telefono si rompa ti lascio una poesia.