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venerdì 13 settembre 2013

Quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc

Fra le mura bianche colte con rigore simmetrico, maniacale, c’erano quadri spasmodici di cervelli tumefatti, liquidi, spappolati nella miseria somatica. Qui ho conosciuto Gerico. Una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti. Malformati ci catturarono tutti nelle notti sumere.

Colpa del viso sfatto: il frenologo del capitale rapì la ragione di mio padre. Quando scrivevo protendevo il mento avanti, quasi a frugare, col naso schiacciato fisso sulle miserie del labbro superiore smosso. Col tempo i denti migrarono fra l’inchiostro di chi vive ai margini. Il muso si spostò, il viso cambiò. Il naso cosparso di polvere da sparo. Le scapole pressate nei continui piegamenti in cerca di tartufi per la ragione che motivassero i fucili; la guerra giusta: il quotidiano scalare.

Bevevo acqua per dimenticare i crimini dei ribelli, le armi chimiche delle infermiere, per nascondermi dalla caccia. Deglutivo pillole comportamentali in ore stabilite. Nulla scomposto. Tutto qui: quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc perché, dicevano, un pazzo non deve amare nessuno.

Il messia era accaventiquattro, cigolava nella paglia di una grotta ricoperta dal vuoto. Un pazzo che urlava al cielo tutto il suo amore in Dio. L’arido trascinava i pensieri nell’immenso divino. Campo di concentramento involontario. Avevo i tratti somatici tumefatti dallo scrivere. Lo ripeto. La colonna vertebrale incrinata, curva, cigolante come le porte di pietra della sua grotta. La madre aveva destinato Cristo fra noi pazienti di Dio.

Dio camice bianco.

Stasera tocca a lei. Stasera tocca a te. Determina le nostre vite, si insinua fra le nostre debolezze, uccide i figli che mai avremo. Non dormire stanotte, non ho voglia di svegliarti, me lo ripete senza guardare gli occhi miei belli strafatti, giuro senza pianto. Prosegue dicendo: prega, prega fino all’impossibile e sarò lì con te. Immagina, non puoi. Tu sarai mia, sacrificio settimanale, programmato in turni, quando sarai finita, esaurita, sarai sterilizzata, non metterai più al mondo altri pazzi.

Per me scriverai versi indimenticabili, avrai la tua Palestina, a me non resta che fare Dio. Interrogami ogni giorno sulle morti delle vicine di letto, sui malanni al tuo sesso, ad ogni assenza di risposta ti cullerò nel silenzio, nel mistero. Sei mia. Paziente che non sei altro.


Pausa caffè? Chiede l’infermiera. No, c’è molto da sbrigare: avanti il prossimo.

Una volta fuori di lì, come Gesù mi sono ridestata mentre lui gridava e dalla grotta echi uscivano privi di intervalli, sovrapposti fra loro. Ho avuto la mia resurrezione, la mia libertà, rifiutando le cure, le medicine. Appassendo come un fiore ho rinunciato a un Dio cattivo perché noioso.

Ora, prima che il telefono si rompa ti lascio una poesia.





giovedì 8 marzo 2012

Alba

I miei amici sono anime d'annate, sono anime dannate, sono anime sempre neonate. Sono all'alba umida della fermata del bus, senza orari, senza direzioni. Sono coi capelli bianchi e spettinati, la lisca di pesce come pettine, i vestiti con colori disarmonici e frammentati, hanno gli occhi grandi come tutto l'oceano. Sono in divisa senza avere alcuna mansione, relegati in strada a fare da guardiani del giorno che nasce. Di fatto: se il sole sorge è merito delle loro vigili attenzioni, deposte con cura pia. I miei amici non discutono della crisi, la subiscono. I miei amici non credono in Dio, ne hanno fede. Non rispettano l'ambiente, sono la natura. I miei amici sono la prova che fra resistere e restare c'è un gran passo da fare. I miei amici sono di un altro colore, di un altro aspetto. Sono il futuro regresso, la via punita. Non conoscono il compromesso, sono amici non compagni.


E' doveroso precisare che il post è volutamente sarcastico e la prova è che io non ho amici.