Sono sceso da casa di Matilde perché avevo appuntamento con
Dario. Almeno è quello che pensavo. O quello che volevo pensare perché da tempo
tendevo a mentire per superare le insidie. O per meglio dire a allontanarmi
dalla verità un po’ per volta. Come una spirale costruivo attorno un percorso
scalinato che mi avrebbe condotto a quanto realmente ero. A quanto
corrispondeva la mia personale verità assoluta, oggettiva dentro e fuori di me.
Quanto risultato del mondo esterno e il mio universo interiore. Verso il
paradiso ponevo la puntualità dell’io maturo raccolto negli altri, giù nell’inferno
lo stallo in cui ero confinato. Legato sentimentalmente al passaggio della
crescita, provvedevo con lentezza all’età di mezzo. L’età in cui sono poste
delle strade da percorrere e tu ci giri intorno. Anzi giri intorno l’ambiente
con superficialità di approfondimento e celere a spasso per l’isolato. Cagnesco
ti aggiri attorno al palo noto, controlli la pipì altrui, vedi quanto si
allontana da te e provi a inseguirla, ma a sera torni steso al balcone di casa.
Almeno avessi guadagnato il caldo divano. Dall’ambiguità nelle scelte, la cura
superficiale di piccoli progetti, tutti insistenti che ti rendono nevrotico
giungi al prossimo passaggio. Fili la corda nel momento in cui tutti scattano al
verde fino a non sapere quante volte ti hanno doppiato. Ad ogni semaforo, per
nasconderti esploravi strade sconosciute, solo in quel momento, ti sei scoperto
esploratore. Perdere tempo, stranamente ti spiaceva. Ti innervosiva. Rivolgevi
parola e azione alla prima occasione. Mai così dinamico. Pensavi che il viaggio
ti avrebbe cambiato, che i viaggi fossero liberi da ingombri. O
quanto meno avresti fatto giri più larghi, non più lunghi. Lento ma senza perdere
tempo. Quando credevi di avere talento per qualcosa in automatico ritenevi che
fosse il grimaldello per raggiungere la verità. Forse la confondi con la
felicità ma non è così. Conta raggiungerla. Non è neppure benessere. E’
presente. E’ liberazione che ti rende felice dell’ossessione. E’ l’ossessione
la tua unica volontà di vita. Ma forse è l’ordine. Sei a un bivio? No, sei
ambiguo contorto.
venerdì 29 novembre 2013
sabato 16 novembre 2013
Il giorno dopo il medioevo
Voleva fare il bibliotecario ma era allergico alla polvere,
apriva un locale ma era alcolizzato. Oggi lo scrittore non ha lavorato perché
ha vissuto tutto il resto. La politica si è fatta dietro a un bicchiere, intimo fra gli spessi fumi sudamericani. Dal bar non scattavano denunce, se arrivava la polizia era
per un posto di blocco. Quante camminate per sfuggire a un controllo. Abbassi
la testa sconfitto ma in fondo non ti importa poi molto. Hai la testa libera
sgombra, hai sbuffato fra i libri, hai starnutito di carta antica e polvere
spessa. Adesso è finissimo fluire. La madre di piazza guarda il figlio e dice Ci sono
tre tipi di donne Le puttane, le zoccole e quelle che volano, Hai mai visto una
donna volare? Ecco, quelle non esistono; il cerchio si restringe. Ritorni sui
tuoi passi, scorri la giornata trascorsa lungo la salita. Quell’affresco non l’avevo
mai visto e poi Guarda che Arco. Chissà perché le trame sono poi così diverse.
Guarda la reggia di Salerno, c’è ancora una torre, la pietra come la polvere a volte si accumula e rimane li a pendolare finché l'allergia non arriva. Per guardare mitigato il suo colare, il tempo per
raccontare lento, per smettere di guardare in pace. La fontana l’ha disegnata VanVitelli, il
muschio è l’incuria ponderata. Il bancone l’ha disegnato lui, lo slogan l’ha
fatto lui, la chiacchiera col commerciante è fatta. Conosciamo club di genti.
Facciamo politica della notte fra dialettali risate e chimere disegnate a forma
di partito, di storie incrociate, nomi, cose e la piccola città a portata di cognome
che come diceva un vecchio saggio nolano: di giorno è la mia città, di notte la
città è mia. Potente e sconosciuto navighi fra i vicoli vociati come messe, fra
castagne di vino e amari a luci basse. La serata sta per cominciare. Dopo la
poesia, c’è un nuovo viaggio sul taccuino, un libro da esplorare, una bicchiere
dà sollievo. Ha inizio qui: il giorno dopo il medioevo.
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martedì 12 novembre 2013
Piume d'oca
Arrugginito dalla politica della notte. Mesto dirigi la
socialità altrove. Ancora un giorno di militanza fra cantine asciutte e orzo
d’autunno. Quando s’ha fatto l’inverno, non ci davamo più bastonate, la legna
serviva a scaldarci. Lungo le pieghe della settimana, scordammo quale fosse
casa, tutte le porte erano plausibili. Mi dici Separiamoci. La giacca ce l’hai,
il resto no. E' il tempo di andare.
Girovago bussi alla ricerca di un pasto, con lo zaino leggero lasciato
in qualche feritoia in piuma d’oca d'occasione. Non ricordi in quale. Col piatto rivolto al petto, quando s’apre
la porta, lo porgi caritatevole. Sorridi scorrendo la dignità. Ogni buona donna
apre con calore, madre di cui ti scordi alla svelta, quando il naso inspira la
sottile vestaglia cadente, ti culli nelle braccia larghe e petto infuori.
Dopo il pasto ami la crema rivoluzionaria del limoncello di
campagna. Arrotoli il tabacco, pulisci i piatti, ti pulisci il piatto. Lo
raccogli fra gli altri. Saluti. Ti chiedono Vuoi dormire? Rispondi che Vuoi
sognare ma non hai sonno. Anche oggi hai mangiato, forse dormirai sereno, chissà dove. Ti basta un
pasto al giorno, meglio la sera così lo stomaco non farà capricci. Così non ci
saranno incubi e non avrai bisogno di madri. Potrai essere solo con una donna qualunque. Ma un altro
giro di stelle è iniziato, non ti immagini quali piume d'oca ti reggeranno. Non puoi tirarti fuori. Non hai paura. E' tempo di andare. Forte Ferro sei pronto per salire nella politica della notte.
giovedì 31 ottobre 2013
Compagno di sbronze
Veniva da lontano. Almeno per tutti. Forse, lui, fra noi si
sentiva di un altro paese. Forse non lo era. Ma era potenzialmente di qualunque
luogo. Aveva mille posti cuciti sul corpo. Una sola patria. Non poteva
dimenticarla, sentiva il bisogno di ribadirlo sempre. Il suo lembo di terra, così
piccolo e così povero da abbandonarlo. Ma un giorno tornerà, ripete alla fine
di ogni discorso. Mi diceva che un tempo è stata ricca e valorosa. Che i suoi
antenati hanno salvato i miei. Che noi non lo possiamo sapere perché i libri di
storia hanno ben altri impegni che spendere pagine e pagine, lezioni e bimbi
sonnecchianti da svegliare.
La sua bandiera ha una storia di lotte. Vorrei dire lo
stesso, ma non ha importanza, forse non corrisponde al vero. In fondo,
preferisco ascoltare i suoi occhi luccicanti. Un tempo non è stata ricca la sua
terra però non dimenticava mai di dire che era stata di tutti. Anche con poca
legna e tanto freddo. E che si amavano nella miseria. Che nessuno era solo o
senza lavoro. Che tutti andavano a scuola. Che il suo papà lo scrive sui libri
e il suo nonno, fedele al baffo sovrano, scriveva poesie e zappava la terra. Come
mio nonno, che, però, non sapeva nemmeno leggere. Mio nonno sapeva fischiare.
Quando beviamo, io e lui, quello che veniva da lontano, siamo così
diversi da parlare per ore. Da condividere l'esistente. Da bere per ore. Dice che da lui si beve molto. E
che bevo come i suoi avi. Il rito dei figli delle mani sporche si incontra. Mi
ripete che un giorno andremo insieme nella sua terra. E io, ripeto diretto, che
sarà a tavola col sangue mio. Presto sarà alba amico mio. Ti aspetta un viaggio lungo e pericoloso. Quando tornerai avrai tanto da raccontarmi, avremo le mani sporche dalla terra del bicchiere, come al solito in un vicolo metropolitano.
Fuori capitolo: la felicità, in fondo è realizzazione:
vedere la realizzazione materiale di quanto immaginato. In fondo, la bellezza non la trovi, la cerchi..
giovedì 3 ottobre 2013
Cronaca di una rissa non scritta
Anche stasera c’è stata una rissa. Ancora una volta. Ancora una volta non è la tua. Per dirla giusta: non è quella che vorresti. Stai lì, in silenzio a chiedere ancora una volta qualcosa, magari un semplice filtro. Rolli il tabacco distratto, pensi, ti domandi. Una volta acceso fai luce, il silenzio artificiale che hai appena costruito nella mente. Le strette boccate di fumo ingialliscono rapido il filtro, pochi tiri e nervoso spegni quanto già mozzicone. La cronaca è questa, oramai sei abituato, allenato. Istinti, impulsi da una parte; la mente da tenere lucida è fondamentale. Ci vuole equilibrio, non te lo ripeti più, è dentro e fuori di te. Pensi ancora un po’ fuori dalla notizia, la perdi per un’istante e cerchi il motivo per cui fumi. Chissà se fumi per vizio o per scaldarti. La lingua, di certo, è sempre calda, pronta a chiedere informazioni biografiche, a raccogliere resoconti dell’accaduto, a edificare narrazioni in pieno dramma meridionale.
Mentre provi a ricostruire la dinamica dei fatti nella mente, col taccuino nervoso che aspetta la fuoriuscita di quanto alla svelta hai appiccicato in mente, arriva una pattuglia della polizia. Qualcuno si chiede perché non sono arrivati i carabinieri, d'altronde, il luogo del fatto è dietro l’angolo rispetto alla caserma. Poi una dietro l’altra lo strillo di “a tutte le unità” porta con sé ben sei pattuglie dei carabinieri.
La prima auto si ferma: uno Striscia Rossa con lo sguardo dal finestrino appena abbassato controlla se in terra c’è la presenza di sangue. Il secondo carabiniere apre lo sportello dell’auto e fa leva con le braccia rigide sul tettuccio per stare su.
L’uomo, uomo di sistema, uomo di mondo, uomo che ne vede di tutti colori, chiede quale colore di pelle avessero i rissosi, di che razza si tratta. Qualcuno gli risponde dei bastardi, qualcuno dei pit bull, qualcuno scherza e dice un carabiniere.
La rissa, non fa notizia, o meglio, non fa notizia per il quartiere, nulla di nuovo, nulla di forte. Nulla a che vedere con la piazzetta. In piazzetta nessuno chiede informazioni sulla razza, lì, la razza è una sola. E comanda.
Non puoi scriverci un pezzo ti ripeti nervoso, sarebbe cronaca, sarebbe noiosa, sarebbe il solito. Non puoi romanzarla e non puoi raccontarla. O forse sì.
mercoledì 18 settembre 2013
Il cielo d'estate s'era guastato
Il cielo d’estate s’era guastato. Era una sera di settembre. L’estate, da sempre, prima o poi si rompe. Una serie di lampi sancivano il
passaggio dal costume e il mare alle cartellette e gli zaini per la scuola. La
città respirava ma nessuno aveva l’ombrello. Non c’erano anziani per strada, o
almeno quelli con le cicatrici o le ossa sensibili. I segni, come le cicatrici
e le ossa usurate, sono profetici, raccontano la storia del futuro e non
dimenticano il passato. Tutti i restanti in strada si rifugiarono sotto i
portici o nei bar. Non c’erano molte persone.
Una coppia di ragazzi stretti con la mano corre verso
l’auto.
Hanno poco più di vent’anni. I vestiti zeppi d’acqua si sono
allungati al punto da ricordarsi quando ancora bambini giocavano a indossare i
panni dei grandi. Quando piove anche i bimbi grandi non fumano per paura che la
sigaretta si spenga. Entrano in auto. Accendono l’aria calda e respirano forte
per il guizzo. Hanno i capelli scuri piangenti, la pioggia è dentro di loro, cola
sui sediolini di pelle.
Lei ha il trucco sfatto, distesa fissa il tettuccio
sollevata ma inquieta. Lui ha freddo. Le mani hanno delle rughe sulle punte
interne delle dita, per un istante ride vedendosi invecchiato. Si volta con lo
sguardo lungo i sedili posteriori, trova un telo da mare utilizzato il giorno
prima sulla spiaggia assolata. Lo raccoglie e glielo porge per asciugarsi. Lei,
che s’era persa a fissare il tettuccio, lo raccoglie e con premura asciuga i
capelli di lui, gli stropiccia il capo, lo riconosce come quando erano bambini.
Lui, le pulisce il viso dal trucco scollato, si sofferma per
un istante sulle lentiggini. E’ come se non fossero mai cresciuti. Lei, gli toglie
la maglietta a righe orizzontali azzurre e bianche, che come un acquerello sono
diventate di un solo colore. Gli asciuga il petto, la schiena e poi l’addome.
Sente il suo corpo come nuovo. Poi leva da dosso il vestito bianco ormai
trasparente e i pesanti stivaletti marroni non più fuori stagione che ama tanto.
Lui, le sfiora le labbra con un dito, quasi pensa male ma
lei lo conosce bene, fruga nella sua incertezza e la blocca con spesse labbra piggianti
sul suo labbro inferiore. Lenta sfiora il volto, sembra nuovo di pioggia. I
lineamenti del viso sono rigidi, fissi nella mascella scura e nel naso storto. Lei,
è diventata donna. Ha la pelle soffice e il corpo da ballerina. Il viso ha le
prime rughe al lato degli occhi, dice che piange molto e che spesso ride.
Lenti, si scoprono adulti. I vetri si appannano con cautela e la pioggia, che
picchiava sul tetto, addolcita si posa sottile prossima alla fine.
“E’ tempo di andare” dice lei.
Lui acconsente con un cenno e un sorriso formale. Gira la
chiave nel quadro di accensione mentre spera che il motore sia troppo freddo
per avviarsi. L’auto parte, come se mai avesse piovuto. In pochi minuti le
strade si affollarono di nuovo, sembrava si fosse guastata l’estate e invece
era l’aria da cambiare.
La pioggia era quello che ci voleva.
Giunti alla stazione si abbracciarono forte. Il trucco era
di nuovo scollato, il viso un po’ meno adulto. Lei scese e si diresse al
binario. Lui non l’accompagnò, non lo faceva mai. Diceva che presto l’avrebbe
raggiunta per sempre. Come ripeteva ogni anno.
venerdì 13 settembre 2013
Quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc
Fra le mura bianche colte con rigore simmetrico, maniacale,
c’erano quadri spasmodici di cervelli tumefatti, liquidi, spappolati nella
miseria somatica. Qui ho conosciuto Gerico. Una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti. Malformati ci catturarono tutti nelle notti sumere.
Colpa del viso sfatto: il frenologo del capitale rapì la ragione di mio padre. Quando scrivevo protendevo il mento avanti, quasi a frugare,
col naso schiacciato fisso sulle miserie del labbro superiore smosso. Col tempo i denti migrarono fra l’inchiostro di chi vive ai margini. Il muso si spostò,
il viso cambiò. Il naso cosparso di polvere da sparo. Le
scapole pressate nei continui piegamenti in cerca di tartufi per la ragione che motivassero
i fucili; la guerra giusta: il quotidiano scalare.
Bevevo acqua per dimenticare i crimini dei ribelli, le armi
chimiche delle infermiere, per nascondermi dalla caccia. Deglutivo pillole comportamentali in ore stabilite. Nulla
scomposto. Tutto qui: quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc perché, dicevano, un pazzo non deve amare nessuno.
Il messia era accaventiquattro, cigolava nella paglia di una
grotta ricoperta dal vuoto. Un pazzo che urlava al cielo tutto il suo amore in Dio. L’arido trascinava i pensieri nell’immenso divino.
Campo di concentramento involontario. Avevo i tratti somatici tumefatti dallo
scrivere. Lo ripeto. La colonna vertebrale incrinata, curva, cigolante come le
porte di pietra della sua grotta. La madre aveva destinato Cristo fra noi
pazienti di Dio.
Dio camice bianco.
Stasera tocca a lei. Stasera tocca a te. Determina le nostre vite, si insinua fra le nostre debolezze, uccide i figli che mai avremo. Non dormire stanotte, non ho voglia di svegliarti, me lo ripete senza
guardare gli occhi miei belli strafatti, giuro senza pianto. Prosegue dicendo: prega,
prega fino all’impossibile e sarò lì con te. Immagina, non puoi. Tu sarai mia,
sacrificio settimanale, programmato in turni, quando sarai finita, esaurita,
sarai sterilizzata, non metterai più al mondo altri pazzi.
Per me scriverai versi indimenticabili, avrai la tua Palestina,
a me non resta che fare Dio. Interrogami ogni giorno sulle morti delle vicine di letto, sui malanni al tuo sesso, ad ogni assenza di risposta ti cullerò nel silenzio, nel mistero. Sei
mia. Paziente che non sei altro.
Pausa caffè? Chiede l’infermiera. No, c’è molto da sbrigare:
avanti il prossimo.
Una volta fuori di lì, come Gesù mi sono ridestata mentre lui gridava e dalla
grotta echi uscivano privi di intervalli, sovrapposti fra loro. Ho avuto la mia resurrezione, la mia
libertà, rifiutando le cure, le medicine. Appassendo come un fiore ho
rinunciato a un Dio cattivo perché noioso.
Ora, prima che il telefono
si rompa ti lascio una poesia.
sabato 7 settembre 2013
A Quattrocchi pari: una festa alla rovescia
Scortese come sempre, come piace, con cameriere, artisti e
baristi. Silenziosi in viola, pensione pussa via, lascia stare la parrucca, le
tesi e la provincia della pipa.
Tre bicchieri verdi: nausea, gusto, allucinazione. Altri tre Easter color color niente. Acchiapparello - Che bello e non guardarmi così mamma bancone - L’acqua fa male. Chissà quanta acqua per
eliminare.
Estate pura, dai graffi sulle ginocchia, i dadi, i ciclisti ubriachi e gli equilibristi del sorriso. La stanza capitolina persa fra finestre riposanti.
Approfondisci con gli
occhiali neri di Pasolini; disagiato. Fremo con le vertigini scure di Calvino.
Respira sottotono - I’m the wrong sector of the right side - Ossessivo lo ripetevi carogna di un vinaiolo, romanzista in borghese, fenglese ribelle, ma quando l’hai letto? Quand’ero a letto.
Respira sottotono - I’m the wrong sector of the right side - Ossessivo lo ripetevi carogna di un vinaiolo, romanzista in borghese, fenglese ribelle, ma quando l’hai letto? Quand’ero a letto.
Quando ti innamori divori libri senza occhiali. Quando ami,
ti stabilizzi, leggi opuscoli gialli senza dentista. Povere madri senza preti.
Ma che bella fiaba, falla finire male, schiacciale gli occhi col fiato degli
dei balordi: lo spettatore resta con te.
Conte del brindisi di una festa alla rovescia, senza te,
senza noi, in silenzio ti insinui fra case: sei il benvenuto. Sgraffi il muro delle vecchie osterie: urbe, urbe, urbe: urca Campana. Graffita
underground, esploratore dei se, navighi e viaggi nelle ipotesi con i
potrei, con i vorrei. Uno è poca roba. Servono tavoli e commensali.
Il quadro dove è nascosto? Un dialogo. O vivi o scrivi? Hai ragione: ineguagliabile milionetrecentomilalire. Sei ore. Sono senza soldi. Epigrammato.
Il quadro dove è nascosto? Un dialogo. O vivi o scrivi? Hai ragione: ineguagliabile milionetrecentomilalire. Sei ore. Sono senza soldi. Epigrammato.
Fantascientifico maestro, fammi ridere ancora un po’ con il
maestro dell’Havana per caso, raccontami ancora di qualche fascista, fallo tu che puoi. Aiutami a
amare le nere-ricce-giocose. Giochiamo ai cavalli (lo ripeterò), ti mostro la
scorza, lascio la pelle su graffi di felicità.
Ancora un bicchiere, non voglio spinte né prole, un sussurro
ancora. Ingrana marce marce che marciano inesistenti sul tuo cinquantino, schiarisci gli occhi
e sogna ancora un po’, scruta nel passato fibroso e magmatico.
Ctonio. Ctonio. Parole sconosciute emergono laviche, non leggere, sono devoto
al sensibile, sono citazioni, odiamole insieme.
Qualcuno ama, sottovoce, senza
cultura, con il Cilento in tasca, con Easter sarcastica, con il suono sparviero, con i fuori-uomini-burocratici-supersonici degli “schiacciami gli
occhi”, con i fuori percorso, con i filtri critici salvavita Edizioni, con le
Istituzioni.
Silenzio in sala, lo spettacolo sta per cominciare, spegnete
i cellulari, ultimo schizzo, viola, burocrazia pascoliana, confusione fuori e
dentro, felicità, ansia e respiro, e ancora poeti di strada: fammi sentire il mare morto fra i
lupi di periferia.
Anarchico sei, ingenuo ti credo quando dici: andiamo a giocare i
cavalli, guardiamo il nome più stronzo che c’è e asfaltiamo le stagioni con
letterine natali e consensi monetari zieschi. Senza partita iva.
C’era un critico e poi… gli avvocati compagni, il papillon fascista, Bologna e Firenze, Antipitti e degrado targato Bo, le vacanze, i cocomeri scuartati per farti fresco polacco e indegni bambini, l’alluvione, la protezione civile dei sensi e pannocchie molotov feltrinelliane.
Un diario, il narcisismo e così via. Facci una lettera,
dicci come la diccì bravi però poi, facci sentire piccoli, come delle statuine collodiane che
– sotto i sonni dei lettori - prendono carne e si scusano all’urto con i passanti turisti di turno.
Fuori capitolo: I Division gioe, maicovschi, maiale, malfatto, come la suora
Samantha mi innamoravo di tutto correvo dietro i cani albini depressi. Rap.
domenica 1 settembre 2013
Fuori percorso: La Fossa
I suoi pensieri vagano, nulla di profondo, e, lì sdraiato tarda ad andar via. Sembra che l'ombra dei rami proiettata sul suo viso lo rilassi molto.
Ha le mani rovinate, mani da operaio, anche se capaci di infinita precisione, il suo piccolo "passatempo" la richiede. La luna ormai ha fatto capolino dietro le nuvole ed è ora di completare l'opera.
Si alza, pulisce il machete da quello strano liquido, riprende la pala e la batte sul terreno smosso, compattando la terra con ossessiva accuratezza.
La fitta vegetazione lo cela dalle luci del vicino centro commerciale - Quella sera quel mega negozio era particolarmente frequentato da famiglie con figli.
Un tratto la pala produce un rumore diverso battendo il terreno - "tocc".
Il robusto figuro illuminato dalla tagliente luce lunare si blocca. Si china verso la terra e scorge un moncherino che fuoriesce dalla terra.
Qualcuno se ne sarebbe potuto accorgere e non ne sarebbe certo stato felice - Doveva rimediare. Prese le sue arrugginite tenaglie e lo recise, scagliando poi lontano il moncherino.
Aveva completato la sua opera - "è ora di andare" pensò.
Raccolse tutti i "ferri del mestiere" e li caricò nel retro del suo furgoncino.
Una volta seduto al volante stette molto a riflettere su ciò che aveva fatto.
Girò la chiave nel quadro e, un attimo prima di sparire nella notte disse: "la prossima volta se la travasa da solo la buganvilla Luigi".
uno scritto notturno dell'amico Baffo
Chi è Baffo? Continua il percorso!
Ha le mani rovinate, mani da operaio, anche se capaci di infinita precisione, il suo piccolo "passatempo" la richiede. La luna ormai ha fatto capolino dietro le nuvole ed è ora di completare l'opera.
Si alza, pulisce il machete da quello strano liquido, riprende la pala e la batte sul terreno smosso, compattando la terra con ossessiva accuratezza.
La fitta vegetazione lo cela dalle luci del vicino centro commerciale - Quella sera quel mega negozio era particolarmente frequentato da famiglie con figli.
Un tratto la pala produce un rumore diverso battendo il terreno - "tocc".
Il robusto figuro illuminato dalla tagliente luce lunare si blocca. Si china verso la terra e scorge un moncherino che fuoriesce dalla terra.
Qualcuno se ne sarebbe potuto accorgere e non ne sarebbe certo stato felice - Doveva rimediare. Prese le sue arrugginite tenaglie e lo recise, scagliando poi lontano il moncherino.
Aveva completato la sua opera - "è ora di andare" pensò.
Raccolse tutti i "ferri del mestiere" e li caricò nel retro del suo furgoncino.
Una volta seduto al volante stette molto a riflettere su ciò che aveva fatto.
Girò la chiave nel quadro e, un attimo prima di sparire nella notte disse: "la prossima volta se la travasa da solo la buganvilla Luigi".
uno scritto notturno dell'amico Baffo
Chi è Baffo? Continua il percorso!
mercoledì 31 luglio 2013
Il cosmo e il tic tac
Germe. Microbo. Dappertutto esiste l’inizio prima ancora di esistere un qualsiasi essere vivente. Anche la sala d’aspetto di un dentista. Tu puoi pensarlo. Un cosmo nel cassetto, per farlo esistono una serie di istruzioni. Non aspettarti un elenco, aspettati altro. Aspettati il nulla da cui è tutto ciò che predomina l'esistente. Che morde l'esistente per un risveglio caino. Barbaro. Può essere più semplice di quanto pensi. Basta ipotizzare. Basta. Ipotizza un segno. Un segno che costruisce un prima e un dopo, un qui e un lì. Spazio, tempo. Ma c’è di più: quantità, qualità. Ancora: storia, geografia. Essente perché non nulla. Il segno genera il tuo mondo. Il segno ha generato gli uomini. E le donne. Un ontologico sistema predomina quello filologico. Ma che dici? Procediamo con ordine; sparso. E' dallo sparso, confuso quanto ordinato punto. Un punto in cui siamo tutti, il tutto e pure le signore polacche delle pulizie. Tutti. Pure chi non ti piace. Una coincidenza mondiale per dirla con le parole degli uomini. Il lato B della cassetta rovinato. Il bacio non dato. Il tutto che non c'è stato. Forse non l'hai ipotizzato. Proprio da qui inizia la mia storia, il mio luogo, la mia filosofia; l’amore. Perché di amore che si parla quando c’è un inizio, perché di amore si sogna che non ci sia fine. O che la fine sia la morte. Ecco la morte. La nascita. Tutto ha inizio e fine in noi. Quell’orologio che rintocca allo stesso modo fra un secondo e il suo omonimo successivo per noi è tic-inizio e tac-fine. In realtà è toc. Ad ogni modo fra il tic e il tac, in quel lasso di tempo si compie l'esistenza, l'inizio e la fine sono utili e necessari per tutti gli intrecci, i romanzi; sono armi sfruttatrici deploranti di libertà. Quell'orologio contraffatto nel taschino del padrone della fabbrica di Manchester nel 1845. E’ il nostro paradigma apocalittico. Tutto ha inizio e fine. No, tutto deve avere inizio e fine. O meglio tutto deve avere un inizio e una fine riconoscibile secondo i parametri di valutazione comuni. Che confusione. Proviamo con qualche esempio: magari per i più allenati, quelli che trovano somiglianze, parallelismi, i domatori di analisi, ciò può essere un circuito che si ripete, un circolare storico localizzato in una analogia simmetrica. Qualcuno per orientarsi, o per gioco, ha inventato la metafora. Ha elaborato l'atmosfera, la gravità. I cani col naso all'insù fiutano la polvere di stelle o tartufi lunari. Qualcuno ha costruito un mosaico con similitudini per non sperdersi ed ha creato arte ed arterie, diramando l’uomo in modo simile in ruoli e giostre speculari su cui fare commedia o semplicemente un giro. Qualcuno è salito sulla luna, per pescare latte e formaggio. Qualcuno ha ballato con il sole, prima che le sue ali bruciassero. Qualcuno ha sorriso nel ballo e si è innamorato, quando è finito il gioco ha pianto, poi la giostra ha ripreso a girare, bastava pigiare un bottone, non uno qualsiasi, ma quello giusto. Qualcuno, invece, ha preferito vivere la propria esistenza come un fiume, così per gioco, per rivelazione, per immanenza. Ha colto l’istante inespresso fra tutti ed ha risposto alla domanda esatta. Ha vinto, scordandosi i romanzi, godendosi il piacere di una commedia priva di un inizio e di una fine. Ha rinunciato a Dio, fatto a pezzi il suo cognome. Ha pensato il cosmo, per una fuga d’amore, l’ha realizzato.
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