Non ci crederai amico caro, erano lì, non mi sentivo più solo. Ero appeso come solo nella penna solitaria, nel battere e levare con accordi e note per sfamarmi. Sentii un usignolo, un dolce menestrello cantare, triste e sentimentale, gaudioso e geniale. Mi vendette le rime di poco conto per lei, la donna del mondo. Ora basta; siamo seri: ho da raccontare di amici veri. Con le rime basta, asciutta si bagna la pasta, ops la patta. Dai, basta: volevo dire una cosa vera: ho un amicizia seria. Ero contento quando ho iniziato a scrivere, adesso sono frustrato perché il verbo ho cambiato, per una rima di troppo per una parola mi scotto, il senso del parlare a nulla vuol servire. Ecco ce l'ho fatta, la rimamania mi ha abbandonato. Volevo dire del menestrello, amico di sempre da poche righe, sorella poesia e fratello di mille libri, padre della mia vita. Era in calzamaglia, mio padre, con una zucca al seguito. Fammi ridere!- a mio padre disse: Allieta il banchetto! Urlava contro mio padre stridulo il manager orientale. Ho vissuto un trauma, per mio padre, da quando si ferì alla mano divenne il buffone di corte, non viveva davvero, mio padre, ma nutriva in me la speranza. Tutto questo in realtà non lo sapevo, te lo racconto ma non potevo saperlo. Lui viaggiava sempre, io credevo fosse un ambasciatore. Quando lo vidi con la calzamaglia di 3 colori, giallo, blu e verde: diventai daltonico. Non ci crederai caro amico, ma oggi scrivo su un blog e ho tanti amici che lo fanno, ognuno ha la sua casa comoda e padre genetico. Cerco di ricostruire la storia della vita di mio padre, vorrei incontrarlo, mio padre, prossima tappa il Cilento. E' tempo di esplorare tutto il Mediterraneo, prima o poi lo troverò, mio padre.
venerdì 27 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
La ScAlata
Dall'antica scalata dell'uomo lettera
Un abbraccio, due o tre parole e quattro ore di sonno; prosegui la serie passa per i sette draghi, è la strada giusta per essere dei nostri. Supera le curve della costa sotto la sfuriata dei chiodi zampillanti, scarta le donne e non farti ammaliare dai loro uteri, son teneri ma annacquati. Mostraci le rughe, se sono fuori per lavoro, lasciati solcare il viso come gli Unni, sarà rapido e indolore. Le lingue sconvolte puoi darle a Babele, lei è in turbolenta attesa all'ultimo piano, se non sali lei scenderà dal tetto in strada con un cuscino in trevirgolasette secondi. Non far caso alla polvere sui mobili, al massimo passaci il dito e digerisci i batteri al tatto; non soffermarti. Io e lei dobbiamo scappare c'è Non Dire Mio che aspetta la Vecchia Romagna, la decrescita e la lentezza. Al ritorno saremo biondi come non lo si è a lungo, irradieremo il tuo cuore, saremo forti e impetuosi, sarai gonfio di affetto. Appagamento o a pagamento questo è il dilemma. La risposta giusta la saprai solo se prosegui la serie. L'ultimo è un incipit per mille romanzi, lì sarai come noi, coi nostri corpi favolosi e accoglienti. Il primo è un abbraccio, quello di tuo padre, quello mai avuto, quello ancora piegato nel cassetto. Se sarai bravo non ci saranno saloni ad accoglierti con adulazioni intellettualistiche, ne poltrone in pelle con cui dondolarti. Ci saranno giovani bambini ad innaffiarti così che sarai uno splendido essere, felice e gaudioso della scalata, sappi però che non saprai rispondere alla domanda: Che cos'è il corpo?
mercoledì 11 aprile 2012
EmiCrania
Scrivo seduto su pietre aguzze, su falsi miti e su lamiere quadrate. Gli arnesi nel porcile fanno una pulizia marginale, lieve, sommaria, d'apparenza. Scrivo steso e il soffitto piove sulla testa, sento soffocarmi, il vento batte le coltri e i sentieri interrotti, una pentola è il cielo, malvagio mi schiaccia. Le fiere monumentali del cappello con la piuma, il figlio, la moglie, la badante e il corpo, ieri simbolo del potere, d'improvviso si consuma. Tanto filo spinato fra la città e la campagna, fra il lattaio e il negro, resta solamente un fucile da compagnia col pastore a far la guardia. Il delfino sguscia dalla terra molle, sgranata e appassita, fra la nebbia e le ampolle. Ha poco da dire, ripete un'eco a lui noto.
Ho mal di testa, ecco perché oggi capisco tutto del mondo, di quello piccolo e misero, della sua magnificenza, della fantasmagoria di Duchamp e delle piovre verdi. Prevedo le sue parole, i suoi proiettili, le sue menzogne dolci e i suoi sorrisi nevrotici. Comprendo le crisi esistenziali, politiche e sindacali. Comprendo tutto tranne il dolore, quello interno, viscerale, eruttante dalle cavità sommerse dell'es, pensavo d'esser al crepuscolo dopo ictus e rinunce, invece tiepida la notte si sfa e l'alba si fa. Ricordo che un tempo ero prossimo alla morte, ma senza il prete buono sarei finito all'inferno, aspettai il suo ritorno dalla missione abissina, ma non sono morto, ho troppi peccati da espiare, non posso morire. Posso solo avere quest'emicrania che non se ne va, dimora in me, passeggia fra i capelli e il naso. Posso solo cedere ai farmaci per vizio, ma per piacere, come molti uomini d'onore, posso solo tirare a campare che è sempre meglio che tirare le cuoia.
giovedì 5 aprile 2012
Esercizi di Non Stile Dada Mama Papa
Dopo tutti i dì, le menzogne e le figure null’altro rimane
se non bestemmie e amori. Amore e lotta, amore è lotta e lotta amore. Entrammo
fra slanci di serene e pascià, fra sol e re, con re sol, fa re sol. Dada è un
pensiero fugace, veloce, rapace: un’orchestra alla finestra. Attraimi con i
balli di calzini e le balle da raccontare. Mama non sa che si fa, com’è che dà
e che sarà, sa solo che un assolo la aiuterà. Il ritmo fresco, snello, mesto e
bello: mesto è bello. I negozi di kuss kuss nel bus, le parole che si
violentano da sole, si violentano da sole le signore, i signori hanno ben
troppi umori. Il grigio al sole, sole folle, folle se, folle sole. Adieu francesco Forlani, le tue mani con cui batti le mani, i piedi, le cosce e le angosce.
Papa, non ci sta è morto.
martedì 3 aprile 2012
InQuadro
Le periferie nei cimiteri, i quartieri in coma e i ventricoli in affanno. La città nel quadro era nell'agio adatto, nel grande centro s'addensava il tutto, cumuli di persone, folle di cenere, tram incastrati negli alberi e metro che trainavano palazzi di amianto. Cammino per la strada maestra in cerca di uno sguardo, un incrocio nobile allo stesso tempo sarcastico, un amore a prima e ultima vista, uno scontro. Nessuno guardava nessuno. Sbadato urto un auricolare con il suo signore a spasso, questo prosegue, la giacca s'aggiusta da sola. Alcuni avevano tic, camminavano goffi, sembravano a disagio con quei vestiti, perdevano fogli e si aggiustavano continuamente gli occhiali: erano finanzieri, notai, architetti, commercialisti. Alcuni avevano un filo da seguire, una traiettoria fatta di passi che seguitano passi d'altri: erano avvocati che inseguivano magistrati, camerieri che inseguivano i clienti sbadati o poco furbi, c'erano i volontari delle associazioni umanitarie a delinquere che inseguivano i polli. Mi sento male, urge un vicolo con un ex puttana dedita al contrabbando, con una sigaretta appoggiata sulla bocca della giovane puttana, con i bambini che raccolgono le cicche e se le tirano dietro per giocare, con dei tossici che giocano con la vita. La città ebbe solo un grande centro, tutti ben vestiti e ripuliti dai negozi, le culture di periferia scomparse, rifugiate in chissà quale paradiso e m'accontento dei vicoli del non posso, del faccio quel che posso, del centro lontano soldi luce. Un quadro e poco più, passo al prossimo della mostra. Non sono un esperto d'arte ma lui voleva a tutti i costi che ci fossi. Vedo lei, celeste e nera negli abbagli di primavera. Spiegami il prossimo.
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sabato 24 marzo 2012
Il secolo giovane
Morimmo tutti, almeno una volta, qualcuno rinacque; noi no. Fra le sirene e gli affari spiegavano agli uomini dabbene che erano tutti salvi.
Fra il pane e la libertà nessuno scelse le mani giunte o i pugni agitati, preferimmo tendere mani a giacche fantasma.
Nessuna faccia a commentare la morte in diretta. Le martellate alle mogli, in faccia e sul cuore, 77 anni, 50 insieme; canna alla gola, la nipote torna da scuola.
La collezione di coltelli nel cortile della chiesa, la ragazza distratta da uomini più magri, i centimetri per raggiungere il cuore con una lama e calme sbarre.
Le finestre appese nei quadri suburbani celano mirini e proiettili. Il tritolo, il nastro adesivo e lo skate, un unicum nei tubi autostradali, le auto in volo e gli schianti in cielo. Le torri abbassate, la Babele di settembre, il caos di carta.
La guerra in diretta fra burka e chador, fra gioielli e mercenari. Le esceuzioni in tempo reale, i voti dei neonati e quelli di noi tutti; morti.
Il secolo dell’uomo, o meglio, della macchina antropomorfizzata, confermò la sensazione infinita in una vita infernale, cybernetica.
Nessuno rinacque fra i fiumi o le valli ma solo fra facce e programmi. Morimmo tutti, almeno una volta, qualcuno rinacque; noi no.
lunedì 19 marzo 2012
Cono di luce
"Voglio una musica che faccia zittire" cantava in un cono di luce il cantante, il menestrello della strada, il padre di un figlio; un uomo.
Lontano dalle vostre serate estive m'addentro nei lampi, solo lampi, solo lampi accecanti; nel "solo" che trasuda parole, pensieri, opere e missioni. Nell'affittarvi erba, donne dei contadini e marinai; affittaste la mia incredulità ma non valeva la pena restare altre ore o minuti con voi. Lasciai la chitarra al cono, al suono mimetico della gruppo anonimo, al ritmo dei vostri bisbigli, ai vostri congiuntivi lasciati fra gioielli e fiori volgari. Quella terrazza stonava, quegli schiamazzi dal basso invece erano come la madonna. Il sesto piano è falso, il quinto è corrotto, il quarto ha un figlio di troppo, il terzo ne ha uno in meno, il secondo fa ripetizioni a basso costo a quelli del primo che fanno scuola al figlio del portiere. Ci vediamo nel sottopalazzo, nel sottofondo, nel sottotono, nel sottovuoto che è l'anima mia. La trincea di solitudine, la mia curiosità, i vostri "come stai", non voglio nemmeno 5 minuti con voi, non voglio signore distratte e cortesi. La vostra cortesia mi uccide, meglio la ballerina col cesareo sotto i seni enormi. Ripresi la chitarra, c'erano ancora le mie dita ingiallite, incollate. Mi alzai dai vostri accomodanti "benvenuto", andai dalla madre dei miei figli, prima però dalla ballerina sconosciuta, un pizzico per una bocca spalancata. Loro, i miei figli, potranno parlare male di me per ore. Baratto la chitarra con una sconfitta, con Libero il mio Argo, con le stelle, con i libri di corallo. Ci vediamo in fila per gli "arrivederci". Non penso di essere più ubriaco di voi, non lo penso, forse lo sono; ma non lo penso.
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giovedì 8 marzo 2012
Alba
I miei amici sono anime d'annate, sono anime dannate, sono anime sempre neonate. Sono all'alba umida della fermata del bus, senza orari, senza direzioni. Sono coi capelli bianchi e spettinati, la lisca di pesce come pettine, i vestiti con colori disarmonici e frammentati, hanno gli occhi grandi come tutto l'oceano. Sono in divisa senza avere alcuna mansione, relegati in strada a fare da guardiani del giorno che nasce. Di fatto: se il sole sorge è merito delle loro vigili attenzioni, deposte con cura pia. I miei amici non discutono della crisi, la subiscono. I miei amici non credono in Dio, ne hanno fede. Non rispettano l'ambiente, sono la natura. I miei amici sono la prova che fra resistere e restare c'è un gran passo da fare. I miei amici sono di un altro colore, di un altro aspetto. Sono il futuro regresso, la via punita. Non conoscono il compromesso, sono amici non compagni.
E' doveroso precisare che il post è volutamente sarcastico e la prova è che io non ho amici.
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lunedì 5 marzo 2012
L'incontro
Non c'era molto da dire fra noi, eravamo troppo svegli per cascare nella trappola del dialogo spontaneo, sincero, di quelli sentiti. Eravamo di quelli che preferivano parlare dello spietato "più e meno", del già detto, dello scudo protettivo che congela conversazioni in libero scorrere. Raccontavamo i fatti in modo meschino, con la metodica risata al momento giusto della narrazione. Eravamo sadici, la cruda realtà del nostro essere;entrambi odiavamo la banalità e dunque l'uno a far leva sull'altro con questo tranello malefico. Il nostro legarci era un dolore continuo, ricercarci nella mediocre stasi, nel respiro a quattro quarti. Del primo incontro, questo di cui scrivo, non vi è che un paio di teste fasciate ma al contempo alte, con narici libere e occhi spenti. Arzilli solo con la paura di rivivere il passato, con la volontà di conoscere il presente. Mille angosce dietro ogni piccolo gesto, qualche sorsata, anzi molte sorsate di tanti bicchieri non nostri, rubati ai ricchi da noi finti poveri. Il mio sadismo fu incompreso dai più, quando la menai sotto le stelle voraci, sotto la scia fantasmagorica del cosmo, in troppi si riversarono contro di me, ladro di biciclette, astuto amante, per menarmi. Lei nervosa, amava il mio pugno e ne rimase delusa dal solo, voleva ancora altro; molto altro. Voleva quelle luci soffuse di pessime bettole ma soprattutto ritornare adolescente, vergine come non voleva lo zio. Vergine: come non lo si è a lungo
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sabato 3 marzo 2012
Brezza Umana
Volevamo imitare il mare e invece ci separammo. Un flusso di
rumori ciclici che si tramutano in soffici carezze per l’orecchio, un’armonia
ancestrale, primitiva che cola sui granelli di sabbia assolata. Il riflesso
bianco della tavola apparecchiata, un salto da combattimento di qualche
indigeno squamoso. Qualche barba e un filo, un amo e un cappello, un giubotto
leggero e l’umido che sale per la schiena, come una donna e i brividi che
comporta. Un piacere sussurrato dal vento ai custodi, un bacio dalle coste
violentate, in quell’odio e amore che è l’eterno. Come è profondo il mare nelle sue correnti algide e bollenti, nel
suo tener tutto insieme sebbene diverso, ogni goccia con i suoi modi e le sue
richieste, ma questo, non lo sapremo mai. Lo sapremo a proposito degli uomini.
Ci separammo quando volevamo imitare il mare.
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