giovedì 31 ottobre 2013

Compagno di sbronze

Veniva da lontano. Almeno per tutti. Forse, lui, fra noi si sentiva di un altro paese. Forse non lo era. Ma era potenzialmente di qualunque luogo. Aveva mille posti cuciti sul corpo. Una sola patria. Non poteva dimenticarla, sentiva il bisogno di ribadirlo sempre. Il suo lembo di terra, così piccolo e così povero da abbandonarlo. Ma un giorno tornerà, ripete alla fine di ogni discorso. Mi diceva che un tempo è stata ricca e valorosa. Che i suoi antenati hanno salvato i miei. Che noi non lo possiamo sapere perché i libri di storia hanno ben altri impegni che spendere pagine e pagine, lezioni e bimbi sonnecchianti da svegliare.

La sua bandiera ha una storia di lotte. Vorrei dire lo stesso, ma non ha importanza, forse non corrisponde al vero. In fondo, preferisco ascoltare i suoi occhi luccicanti. Un tempo non è stata ricca la sua terra però non dimenticava mai di dire che era stata di tutti. Anche con poca legna e tanto freddo. E che si amavano nella miseria. Che nessuno era solo o senza lavoro. Che tutti andavano a scuola. Che il suo papà lo scrive sui libri e il suo nonno, fedele al baffo sovrano, scriveva poesie e zappava la terra. Come mio nonno, che, però, non sapeva nemmeno leggere. Mio nonno sapeva fischiare. 

Quando beviamo, io e lui, quello che veniva da lontano, siamo così diversi da parlare per ore. Da condividere l'esistente. Da bere per ore. Dice che da lui si beve molto. E che bevo come i suoi avi. Il rito dei figli delle mani sporche si incontra. Mi ripete che un giorno andremo insieme nella sua terra. E io, ripeto diretto, che sarà a tavola col sangue mio. Presto sarà alba amico mio. Ti aspetta un viaggio lungo e pericoloso. Quando tornerai avrai tanto da raccontarmi, avremo le mani sporche dalla terra del bicchiere, come al solito in un vicolo metropolitano.


Fuori capitolo: la felicità, in fondo è realizzazione: vedere la realizzazione materiale di quanto immaginato. In fondo, la bellezza non la trovi, la cerchi..

giovedì 3 ottobre 2013

Cronaca di una rissa non scritta



Anche stasera c’è stata una rissa. Ancora una volta. Ancora una volta non è la tua. Per dirla giusta: non è quella che vorresti. Stai lì, in silenzio a chiedere ancora una volta qualcosa, magari un semplice filtro. Rolli il tabacco distratto, pensi, ti domandi. Una volta acceso fai luce, il silenzio artificiale che hai appena costruito nella mente. Le strette boccate di fumo ingialliscono rapido il filtro, pochi tiri e nervoso spegni quanto già mozzicone. La cronaca è questa, oramai sei abituato, allenato. Istinti, impulsi da una parte; la mente da tenere lucida è fondamentale. Ci vuole equilibrio, non te lo ripeti più, è dentro e fuori di te. Pensi ancora un po’ fuori dalla notizia, la perdi per un’istante e cerchi il motivo per cui fumi. Chissà se fumi per vizio o per scaldarti. La lingua, di certo, è sempre calda, pronta a chiedere informazioni biografiche, a raccogliere resoconti dell’accaduto, a edificare narrazioni in pieno dramma meridionale.

Mentre provi a ricostruire la dinamica dei fatti nella mente, col taccuino nervoso che aspetta la fuoriuscita di quanto alla svelta hai appiccicato in mente, arriva una pattuglia della polizia. Qualcuno si chiede perché non sono arrivati i carabinieri, d'altronde, il luogo del fatto è dietro l’angolo rispetto alla caserma. Poi una dietro l’altra lo strillo di “a tutte le unità” porta con sé ben sei pattuglie dei carabinieri.

La prima auto si ferma: uno Striscia Rossa con lo sguardo dal finestrino appena abbassato controlla se in terra c’è la presenza di sangue. Il secondo carabiniere apre lo sportello dell’auto e fa leva con le braccia rigide sul tettuccio per stare su.

L’uomo, uomo di sistema, uomo di mondo, uomo che ne vede di tutti colori, chiede quale colore di pelle avessero i rissosi, di che razza si tratta. Qualcuno gli risponde dei bastardi, qualcuno dei pit bull, qualcuno scherza e dice un carabiniere.

La rissa, non fa notizia, o meglio, non fa notizia per il quartiere, nulla di nuovo, nulla di forte. Nulla a che vedere con la piazzetta. In piazzetta nessuno chiede informazioni sulla razza, lì, la razza è una sola. E comanda.

Non puoi scriverci un pezzo ti ripeti nervoso, sarebbe cronaca, sarebbe noiosa, sarebbe il solito. Non puoi romanzarla e non puoi raccontarla. O forse sì.

mercoledì 18 settembre 2013

Il cielo d'estate s'era guastato


Il cielo d’estate s’era guastato. Era una sera di settembre. L’estate, da sempre, prima o poi si rompe. Una serie di lampi sancivano il passaggio dal costume e il mare alle cartellette e gli zaini per la scuola. La città respirava ma nessuno aveva l’ombrello. Non c’erano anziani per strada, o almeno quelli con le cicatrici o le ossa sensibili. I segni, come le cicatrici e le ossa usurate, sono profetici, raccontano la storia del futuro e non dimenticano il passato. Tutti i restanti in strada si rifugiarono sotto i portici o nei bar. Non c’erano molte persone.

Una coppia di ragazzi stretti con la mano corre verso l’auto.

Hanno poco più di vent’anni. I vestiti zeppi d’acqua si sono allungati al punto da ricordarsi quando ancora bambini giocavano a indossare i panni dei grandi. Quando piove anche i bimbi grandi non fumano per paura che la sigaretta si spenga. Entrano in auto. Accendono l’aria calda e respirano forte per il guizzo. Hanno i capelli scuri piangenti, la pioggia è dentro di loro, cola sui sediolini di pelle.

Lei ha il trucco sfatto, distesa fissa il tettuccio sollevata ma inquieta. Lui ha freddo. Le mani hanno delle rughe sulle punte interne delle dita, per un istante ride vedendosi invecchiato. Si volta con lo sguardo lungo i sedili posteriori, trova un telo da mare utilizzato il giorno prima sulla spiaggia assolata. Lo raccoglie e glielo porge per asciugarsi. Lei, che s’era persa a fissare il tettuccio, lo raccoglie e con premura asciuga i capelli di lui, gli stropiccia il capo, lo riconosce come quando erano bambini.
Lui, le pulisce il viso dal trucco scollato, si sofferma per un istante sulle lentiggini. E’ come se non fossero mai cresciuti. Lei, gli toglie la maglietta a righe orizzontali azzurre e bianche, che come un acquerello sono diventate di un solo colore. Gli asciuga il petto, la schiena e poi l’addome. Sente il suo corpo come nuovo. Poi leva da dosso il vestito bianco ormai trasparente e i pesanti stivaletti marroni non più fuori stagione che ama tanto.

Lui, le sfiora le labbra con un dito, quasi pensa male ma lei lo conosce bene, fruga nella sua incertezza e la blocca con spesse labbra piggianti sul suo labbro inferiore. Lenta sfiora il volto, sembra nuovo di pioggia. I lineamenti del viso sono rigidi, fissi nella mascella scura e nel naso storto. Lei, è diventata donna. Ha la pelle soffice e il corpo da ballerina. Il viso ha le prime rughe al lato degli occhi, dice che piange molto e che spesso ride. Lenti, si scoprono adulti. I vetri si appannano con cautela e la pioggia, che picchiava sul tetto, addolcita si posa sottile prossima alla fine.

“E’ tempo di andare” dice lei.

Lui acconsente con un cenno e un sorriso formale. Gira la chiave nel quadro di accensione mentre spera che il motore sia troppo freddo per avviarsi. L’auto parte, come se mai avesse piovuto. In pochi minuti le strade si affollarono di nuovo, sembrava si fosse guastata l’estate e invece era l’aria da cambiare. 

La pioggia era quello che ci voleva.

Giunti alla stazione si abbracciarono forte. Il trucco era di nuovo scollato, il viso un po’ meno adulto. Lei scese e si diresse al binario. Lui non l’accompagnò, non lo faceva mai. Diceva che presto l’avrebbe raggiunta per sempre. Come ripeteva ogni anno.

venerdì 13 settembre 2013

Quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc

Fra le mura bianche colte con rigore simmetrico, maniacale, c’erano quadri spasmodici di cervelli tumefatti, liquidi, spappolati nella miseria somatica. Qui ho conosciuto Gerico. Una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti. Malformati ci catturarono tutti nelle notti sumere.

Colpa del viso sfatto: il frenologo del capitale rapì la ragione di mio padre. Quando scrivevo protendevo il mento avanti, quasi a frugare, col naso schiacciato fisso sulle miserie del labbro superiore smosso. Col tempo i denti migrarono fra l’inchiostro di chi vive ai margini. Il muso si spostò, il viso cambiò. Il naso cosparso di polvere da sparo. Le scapole pressate nei continui piegamenti in cerca di tartufi per la ragione che motivassero i fucili; la guerra giusta: il quotidiano scalare.

Bevevo acqua per dimenticare i crimini dei ribelli, le armi chimiche delle infermiere, per nascondermi dalla caccia. Deglutivo pillole comportamentali in ore stabilite. Nulla scomposto. Tutto qui: quando amavamo, ci facevano l'elettrochoc perché, dicevano, un pazzo non deve amare nessuno.

Il messia era accaventiquattro, cigolava nella paglia di una grotta ricoperta dal vuoto. Un pazzo che urlava al cielo tutto il suo amore in Dio. L’arido trascinava i pensieri nell’immenso divino. Campo di concentramento involontario. Avevo i tratti somatici tumefatti dallo scrivere. Lo ripeto. La colonna vertebrale incrinata, curva, cigolante come le porte di pietra della sua grotta. La madre aveva destinato Cristo fra noi pazienti di Dio.

Dio camice bianco.

Stasera tocca a lei. Stasera tocca a te. Determina le nostre vite, si insinua fra le nostre debolezze, uccide i figli che mai avremo. Non dormire stanotte, non ho voglia di svegliarti, me lo ripete senza guardare gli occhi miei belli strafatti, giuro senza pianto. Prosegue dicendo: prega, prega fino all’impossibile e sarò lì con te. Immagina, non puoi. Tu sarai mia, sacrificio settimanale, programmato in turni, quando sarai finita, esaurita, sarai sterilizzata, non metterai più al mondo altri pazzi.

Per me scriverai versi indimenticabili, avrai la tua Palestina, a me non resta che fare Dio. Interrogami ogni giorno sulle morti delle vicine di letto, sui malanni al tuo sesso, ad ogni assenza di risposta ti cullerò nel silenzio, nel mistero. Sei mia. Paziente che non sei altro.


Pausa caffè? Chiede l’infermiera. No, c’è molto da sbrigare: avanti il prossimo.

Una volta fuori di lì, come Gesù mi sono ridestata mentre lui gridava e dalla grotta echi uscivano privi di intervalli, sovrapposti fra loro. Ho avuto la mia resurrezione, la mia libertà, rifiutando le cure, le medicine. Appassendo come un fiore ho rinunciato a un Dio cattivo perché noioso.

Ora, prima che il telefono si rompa ti lascio una poesia.





sabato 7 settembre 2013

A Quattrocchi pari: una festa alla rovescia


Quartiere d’arnese prendi la bici, corri in paese, abbraccia la città borghese.

Scortese come sempre, come piace, con cameriere, artisti e baristi. Silenziosi in viola, pensione pussa via, lascia stare la parrucca, le tesi e la provincia della pipa.

Tre bicchieri verdi: nausea, gusto, allucinazione. Altri tre Easter color color niente. Acchiapparello - Che bello e non guardarmi così mamma bancone - L’acqua fa male. Chissà quanta acqua per eliminare.

Estate pura, dai graffi sulle ginocchia, i dadi, i ciclisti ubriachi e gli equilibristi del sorriso. La stanza capitolina persa fra finestre riposanti. 

Approfondisci con gli occhiali neri di Pasolini; disagiato. Fremo con le vertigini scure di Calvino.

Respira sottotono - I’m the wrong sector of the right side - Ossessivo lo ripetevi carogna di un vinaiolo, romanzista in borghese, fenglese ribelle, ma quando l’hai letto? Quand’ero a letto.

Quando ti innamori divori libri senza occhiali. Quando ami, ti stabilizzi, leggi opuscoli gialli senza dentista. Povere madri senza preti. Ma che bella fiaba, falla finire male, schiacciale gli occhi col fiato degli dei balordi: lo spettatore resta con te.

Conte del brindisi di una festa alla rovescia, senza te, senza noi, in silenzio ti insinui fra case: sei il benvenuto. Sgraffi il muro delle vecchie osterie: urbe, urbe, urbe: urca Campana. Graffita underground, esploratore dei se, navighi e viaggi nelle ipotesi con i potrei, con i vorrei. Uno è poca roba. Servono tavoli e commensali.

Il quadro dove è nascosto? Un dialogo. O vivi o scrivi? Hai ragione: ineguagliabile milionetrecentomilalire. Sei ore. Sono senza soldi. Epigrammato.

Fantascientifico maestro, fammi ridere ancora un po’ con il maestro dell’Havana per caso, raccontami ancora di qualche fascista, fallo tu che puoi. Aiutami a amare le nere-ricce-giocose. Giochiamo ai cavalli (lo ripeterò), ti mostro la scorza, lascio la pelle su graffi di felicità.

Ancora un bicchiere, non voglio spinte né prole, un sussurro ancora. Ingrana marce marce che marciano inesistenti sul tuo cinquantino, schiarisci gli occhi e sogna ancora un po’, scruta nel passato fibroso e magmatico. Ctonio. Ctonio. Parole sconosciute emergono laviche, non leggere, sono devoto al sensibile, sono citazioni, odiamole insieme. 

Qualcuno ama, sottovoce, senza cultura, con il Cilento in tasca, con Easter sarcastica, con il suono sparviero, con i fuori-uomini-burocratici-supersonici degli “schiacciami gli occhi”, con i fuori percorso, con i filtri critici salvavita Edizioni, con le Istituzioni.

Silenzio in sala, lo spettacolo sta per cominciare, spegnete i cellulari, ultimo schizzo, viola, burocrazia pascoliana, confusione fuori e dentro, felicità, ansia e respiro, e ancora poeti di strada: fammi sentire il mare morto fra i lupi di periferia.

Anarchico sei, ingenuo ti credo quando dici: andiamo a giocare i cavalli, guardiamo il nome più stronzo che c’è e asfaltiamo le stagioni con letterine natali e consensi monetari zieschi. Senza partita iva.

C’era un critico e poi… gli avvocati compagni, il papillon fascista, Bologna e Firenze, Antipitti e degrado targato Bo, le vacanze, i cocomeri scuartati per farti fresco polacco e indegni bambini, l’alluvione, la protezione civile dei sensi e pannocchie molotov feltrinelliane.

Un diario, il narcisismo e così via. Facci una lettera, dicci come la diccì bravi però poi, facci sentire piccoli, come delle statuine collodiane che – sotto i sonni dei lettori - prendono carne e si scusano all’urto con i passanti turisti di turno.

Fuori capitolo: I Division gioe, maicovschi, maiale, malfatto, come la suora Samantha mi innamoravo di tutto correvo dietro i cani albini depressi. Rap.

domenica 1 settembre 2013

Fuori percorso: La Fossa

I suoi pensieri vagano, nulla di profondo, e, lì sdraiato tarda ad andar via. Sembra che l'ombra dei rami proiettata sul suo viso lo rilassi molto.
Ha le mani rovinate, mani da operaio, anche se capaci di infinita precisione, il suo piccolo "passatempo" la richiede. La luna ormai ha fatto capolino dietro le nuvole ed è ora di completare l'opera.
Si alza, pulisce il machete da quello strano liquido, riprende la pala e la batte sul terreno smosso, compattando la terra con ossessiva accuratezza.
La fitta vegetazione lo cela dalle luci del vicino centro commerciale - Quella sera quel mega negozio era particolarmente frequentato da famiglie con figli.
Un tratto la pala produce un rumore diverso battendo il terreno - "tocc".
Il robusto figuro illuminato dalla tagliente luce lunare si blocca. Si china verso la terra e scorge un moncherino che fuoriesce dalla terra.
Qualcuno se ne sarebbe potuto accorgere e non ne sarebbe certo stato felice - Doveva rimediare. Prese le sue arrugginite tenaglie e lo recise, scagliando poi lontano il moncherino.
Aveva completato la sua opera - "è ora di andare" pensò.
Raccolse tutti i "ferri del mestiere" e li caricò nel retro del suo furgoncino.
Una volta seduto al volante stette molto a riflettere su ciò che aveva fatto.
Girò la chiave nel quadro e, un attimo prima di sparire nella notte disse: "la prossima volta se la travasa da solo la buganvilla Luigi".

uno scritto notturno dell'amico Baffo
Chi è Baffo?  Continua il percorso!

mercoledì 31 luglio 2013

Il cosmo e il tic tac


Germe. Microbo. Dappertutto esiste l’inizio prima ancora di esistere un qualsiasi essere vivente. Anche la sala d’aspetto di un dentista. Tu puoi pensarlo. Un cosmo nel cassetto, per farlo esistono una serie di istruzioni. Non aspettarti un elenco, aspettati altro. Aspettati il nulla da cui è tutto ciò che predomina l'esistente. Che morde l'esistente per un risveglio caino. Barbaro. Può essere più semplice di quanto pensi. Basta ipotizzare. Basta. Ipotizza un segno. Un segno che costruisce un prima e un dopo, un qui e un lì. Spazio, tempo. Ma c’è di più: quantità, qualità. Ancora: storia, geografia. Essente perché non nulla. Il segno genera il tuo mondo. Il segno ha generato gli uomini. E le donne. Un ontologico sistema predomina quello filologico. Ma che dici? Procediamo con ordine; sparso. E' dallo sparso, confuso quanto ordinato punto. Un punto in cui siamo tutti, il tutto e pure le signore polacche delle pulizie. Tutti. Pure chi non ti piace. Una coincidenza mondiale per dirla con le parole degli uomini. Il lato B della cassetta rovinato. Il bacio non dato. Il tutto che non c'è stato. Forse non l'hai ipotizzato. Proprio da qui inizia la mia storia, il mio luogo, la mia filosofia; l’amore. Perché di amore che si parla quando c’è un inizio, perché di amore si sogna che non ci sia fine. O che la fine sia la morte. Ecco la morte. La nascita. Tutto ha inizio e fine in noi. Quell’orologio che rintocca allo stesso modo fra un secondo e il suo omonimo successivo per noi è tic-inizio e tac-fine. In realtà è toc. Ad ogni modo fra il tic e il tac, in quel lasso di tempo si compie l'esistenza, l'inizio e la fine sono utili e necessari per tutti gli intrecci, i romanzi; sono armi sfruttatrici deploranti di libertà. Quell'orologio contraffatto nel taschino del padrone della fabbrica di Manchester nel 1845. E’ il nostro paradigma apocalittico. Tutto ha inizio e fine. No, tutto deve avere inizio e fine. O meglio tutto deve avere un inizio e una fine riconoscibile secondo i parametri di valutazione comuni. Che confusione. Proviamo con qualche esempio: magari per i più allenati, quelli che trovano somiglianze, parallelismi, i domatori di analisi,  ciò può essere un circuito che si ripete, un circolare storico localizzato in una analogia simmetrica. Qualcuno per orientarsi, o per gioco, ha inventato la metafora. Ha elaborato l'atmosfera, la gravità. I cani col naso all'insù fiutano la polvere di stelle o tartufi lunari. Qualcuno ha costruito un mosaico con similitudini per non sperdersi ed ha creato arte ed arterie, diramando l’uomo in modo simile in ruoli e giostre speculari su cui fare commedia o semplicemente un giro. Qualcuno è salito sulla luna, per pescare latte e formaggio. Qualcuno ha ballato con il sole, prima che le sue ali bruciassero. Qualcuno ha sorriso nel ballo e si è innamorato, quando è finito il gioco ha pianto, poi la giostra ha ripreso a girare, bastava pigiare un bottone, non uno qualsiasi, ma quello giusto. Qualcuno, invece, ha preferito vivere la propria esistenza come un fiume, così per gioco, per rivelazione, per immanenza. Ha colto l’istante inespresso fra tutti ed ha risposto alla domanda esatta. Ha vinto, scordandosi i romanzi, godendosi il piacere di una commedia priva di un inizio e di una fine. Ha rinunciato a Dio, fatto a pezzi il suo cognome. Ha pensato il cosmo, per una fuga d’amore, l’ha realizzato. 

sabato 20 luglio 2013

L'amore scontato



Stupirsi per un particolare. Occhi frastornati. Stornello visivo. Occhi farfuglianti in attesa. Finalmente una risposta. Lacrime gelate, un torrente collinare scava fino a valle. I tuoi zigomi albicocca divisi dallo scorrimento. Silente prosegue fino a cascare rapido quanto il lento sfiorarsi ultimo con la pelle. Un solco magro. Cicatrice. Un istante, nessun cigolio nella macchina, al momento. Previsto in tutti, agitato comune, arrivo singolare. Guardarti dallo specchietto dell'auto. Preparazione. Tranquilla, dopo un liquore generoso, verde e artigianale, mi appari più bella. Respira muta, nascosta fra foglie: quando ti osserva: ti ama. Empatia nuda, notturna, sorrisa. Un bacio e la luna. Lo spreco di parole. Dalle auto osservano. Tranquilla, mi chiedi di amarti e lo farò, perché risparmio, perché con l’odore del mare trovo il coraggio. E’ noto che, con pochi euro, si può anche questo lucciola innamorata. L'amore scontato.

giovedì 11 luglio 2013

L'orfano romantico

Il chiasso dello starnuto la scuote e un calzino le cade. Di giù l’attendono i ragazzini del quartiere, lei è nuova qui, come suo marito, l’uomo mucoso. Per anni all’interno 7, via degli ausoni 78 c’’ha vissuto una puttana, era molto generosa, per poco, era la specialista dello svezzamento. L'abitudine è così, e lei, la donna del calzino, presa a stendere i panni, è molto bella. 

La puttana s'era invecchiata e aveva fittato il suo ufficio a una giovane coppia per dedicarsi al parcheggio abusivo verso Flaminio. La puttana, però, fino alla pensione del parcheggio aveva mantenuto i suoi standard prestazionali. Il prezzo col tempo era sceso. Per quanto sono a conoscenza l'ultimo prezzo era di 30 euro compreso di gelato prima e una Marlboro dopo. Non era bella, per questo era desiderata. 

La prima volta è brutta per tutti, al di là di libri-film-canzoni, e nessuno vuole sfigurare o essere l’ultimo sfigato ancora vergine del gruppo. In più, lei, somigliava più a una madre che a una donna ma nessuno ha paura della progenitrice a 13 anni, Freud escluso. Ma i ragazzini che ne sanno della cocaina, di Anna e della madre della psicanalisi. Essere ragazzini è questo. Loro, sono di borgata, pensano a togliersi il dente senza credere più alla fatina. I denti come il sangue devono cadere quando passano le bande vicine-nemiche-cugine. Per loro il tempo di crescere è racchiuso in semplici passaggi: sesso-sigaretta-sangue. 

Lei, però, non era una puttana, tutt’altro. E io, non ero un ragazzino, almeno non come loro. Lei, però, aveva marito, non era il massimo, anzi, era il più classico italiano medio: gambesecche-panciapelosa-calvoriportato e tanto pallone, o meglio, tanta As Roma. Lui, il calvo secco chiatto romanista, aveva poco più di quarant’anni per l’anagrafe. 

Lei, la donna di cui sono innamorato e con cui perderò la verginità, insegna letteratura inglese, ha gli occhi di mare con tutti gli scogli perimetrali e le alghe a tappeto, ha una figlia che mi ama ma è poca roba davvero. Secca-lentiggini-occhiali, semplicciotta, timida e noiosa. Ovviamente l’apparecchio e tanti complessi di chi è succube dell’ortopedico. Standard oleografico di mediocrità prepuberale. 

Lei, la madre, ha il mio cuore, come un voodoo child al primo strizzo l’infarto mi pianta in terra sull’asfalto abrasivo d’estate e fangoso d’inverno. Non ci sono più le mezze stagioni; dell’amore. Gli altri quando seppero che l’avrebbero avuta come professoressa hanno smesso di osservarla e hanno aspettato in fretta settembre e al minimo cenno su di lei si tiravano il pacco con le mani. Io, ho afferrato il pacco di libri invece. 

L’estate l’ho trascorsa con Shakespeare, anche se è difficile da pronunciare, l’ho letto. Lui, è il padre dei romantici, per noi orfani tra l'altro c'è anche Charles Dickens. Ma la mamma non manca quando penso a gli occhi di lei, gli occhi suoi belli, il maestro pensava a lei quando diceva che sono stelle forti al punto di far sempre giorno. 

Il  balcone avanza furtivo, lontano dal marito, prossimo al cuore. Mille volte buonanotte amore mio. Mille volte cattiva notte vorrai dire senza te. Non vedo l’ora che l’estate finisca, che settembre sia, che il fiocco e la divisa della scuola siano belli e stirati dalle suore nel convitto, che i compagni di scuola tornino dalle vacanze con le foto delle mamme, dei papà e delle nonne da incollare sul mio muro bianco. 

Prendete tutto lo spazio che serve per i vostri collage estivi, non ho nulla da aggiungere tanto io sono forte come Antonio, Cleopatra non può far altro che cedere fra le braccia mia muscolose-forti-virili.


lunedì 10 giugno 2013

Piano piano

Quando colpiva sui tasti le mani tremavano. Non sbagliava un colpo, era sempre alla ricerca della nota giusta. Sapeva della battuta recitata bene, un nero e poi un bianco e poi via a ritmo sincopato dava un colpo alla serata per tutti. Magari avrebbe conquistato, lei, se solo avesse pensato che da qualche tempo le donne lo cercavano per i locali della città. Si diceva un gran bene di lui, si era sparsa la voce di orgasmi, discoteche di musica classica, jazz, fusion, country sui tavoli.
Era nuovo è già l’eco delle sue melodie, delle note giuste al posto giusto al momento giusto rintoccavano nell'aria. Se gli facevi notare che quelle due americane al tavolo, bionde quanto turiste, lo mangiavano con gli occhi quasi sbagliava una nota ma timido abbassava la testa e tornava a marciare. Dimenticava in fretta e ligio recitava umano e delicato sui tasti, li accarezzava come delle cosce vergini.
Dopo due giorni senza giocattolo, ci adoperammo per trovargli un piano. C’era questo locale a sinistra, vicino le mura, dove era possibile suonare ma girava voce di un proprietario dai modi selettivi e di poche parole. Due pezzi di base per chiunque ma se qualcosa non lo convinceva chiudeva il piano senza troppi clamori. Nessuno protestava, chiunque sapeva le regole e tacito le rispettava.
Lui, guardingo entra nel locale, noi alle spalle puntiamo al bancone. Lui con passo a contornare il perimetro del locale studia i tavoli, i presenti, empatico raccoglie i sudori della sala. Un paio di partite a scacchi, il biliardino coperto e una cartomante in attesa dell’atmosfera per adescare e suggestionare al meglio i clienti. Il piano a dirla tutta non era un granché: era scordato in diversi punti e le ottave basse e quelle alte erano mute. Gli piacevano i piani toccati da mille mani, sentiva tutti i suonatori precedenti, sentiva le sensibilità del tocco trascorso, adescava i punti rovinati, consumati e li rigenerava, amava l’idea di conoscere in uno sfasamento temporale le anime dei passanti: si sentiva meno solo fra tutti loro.
La sala applaude e il proprietario chiude subito l’offerta sulle birre del giorno, ha capito che c’è puzza di grana, che qualcuno sarebbe entrato perché le note che suonava uscivano fuori e riempivano la strada come l’odore dei laboratori di pasticceria quando si fa alba.
Lui, senza accorgersene, aveva mille donne, due fra tutte amavano ascoltarlo, avrebbero litigato per lui, forse si sarebbero conciliate per lui. Erano bionde quanto turiste, erano americane. Noi, in attesa di una sua mossa, parlavamo delle parole giuste sulle note giuste, pensavamo ai cantautori ma era chiaro che non ci fosse molto da dire: la scena era sua senza che lo sapesse e se l’avesse saputo sarebbe scappato. Gli mostriamo le bionde, ora ci odia, scappa ma sappiamo che quando lo rivedremo non proverà più rancori, sarà un piacere offrirgli da bere, dicono che l’alcol lo fa parlare, fino ad allora: cerchiamo le parole giuste per raccontarlo.


Ti va di ascoltarlo? Fahien improvvisa!