I suoi pensieri vagano, nulla di profondo, e, lì sdraiato tarda ad andar via. Sembra che l'ombra dei rami proiettata sul suo viso lo rilassi molto.
Ha le mani rovinate, mani da operaio, anche se capaci di infinita precisione, il suo piccolo "passatempo" la richiede.
La luna ormai ha fatto capolino dietro le nuvole ed è ora di completare l'opera.
Si alza, pulisce il machete da quello strano liquido, riprende la pala e la batte sul terreno smosso, compattando la terra con ossessiva accuratezza.
La fitta vegetazione lo cela dalle luci del vicino centro commerciale - Quella sera quel mega negozio era particolarmente frequentato da famiglie con figli.
Un tratto la pala produce un rumore diverso battendo il terreno - "tocc".
Il robusto figuro illuminato dalla tagliente luce lunare si blocca. Si china verso la terra e scorge un moncherino che fuoriesce dalla terra.
Qualcuno se ne sarebbe potuto accorgere e non ne sarebbe certo stato felice - Doveva rimediare. Prese le sue arrugginite tenaglie e lo recise, scagliando poi lontano il moncherino.
Aveva completato la sua opera - "è ora di andare" pensò.
Raccolse tutti i "ferri del mestiere" e li caricò nel retro del suo furgoncino.
Una volta seduto al volante stette molto a riflettere su ciò che aveva fatto.
Girò la chiave nel quadro e, un attimo prima di sparire nella notte disse: "la prossima volta se la travasa da solo la buganvilla Luigi".
uno scritto notturno dell'amico Baffo
Chi è Baffo? Continua il percorso!
domenica 1 settembre 2013
mercoledì 31 luglio 2013
Il cosmo e il tic tac
Germe. Microbo. Dappertutto esiste l’inizio prima ancora di esistere un qualsiasi essere vivente. Anche la sala d’aspetto di un dentista. Tu puoi pensarlo. Un cosmo nel cassetto, per farlo esistono una serie di istruzioni. Non aspettarti un elenco, aspettati altro. Aspettati il nulla da cui è tutto ciò che predomina l'esistente. Che morde l'esistente per un risveglio caino. Barbaro. Può essere più semplice di quanto pensi. Basta ipotizzare. Basta. Ipotizza un segno. Un segno che costruisce un prima e un dopo, un qui e un lì. Spazio, tempo. Ma c’è di più: quantità, qualità. Ancora: storia, geografia. Essente perché non nulla. Il segno genera il tuo mondo. Il segno ha generato gli uomini. E le donne. Un ontologico sistema predomina quello filologico. Ma che dici? Procediamo con ordine; sparso. E' dallo sparso, confuso quanto ordinato punto. Un punto in cui siamo tutti, il tutto e pure le signore polacche delle pulizie. Tutti. Pure chi non ti piace. Una coincidenza mondiale per dirla con le parole degli uomini. Il lato B della cassetta rovinato. Il bacio non dato. Il tutto che non c'è stato. Forse non l'hai ipotizzato. Proprio da qui inizia la mia storia, il mio luogo, la mia filosofia; l’amore. Perché di amore che si parla quando c’è un inizio, perché di amore si sogna che non ci sia fine. O che la fine sia la morte. Ecco la morte. La nascita. Tutto ha inizio e fine in noi. Quell’orologio che rintocca allo stesso modo fra un secondo e il suo omonimo successivo per noi è tic-inizio e tac-fine. In realtà è toc. Ad ogni modo fra il tic e il tac, in quel lasso di tempo si compie l'esistenza, l'inizio e la fine sono utili e necessari per tutti gli intrecci, i romanzi; sono armi sfruttatrici deploranti di libertà. Quell'orologio contraffatto nel taschino del padrone della fabbrica di Manchester nel 1845. E’ il nostro paradigma apocalittico. Tutto ha inizio e fine. No, tutto deve avere inizio e fine. O meglio tutto deve avere un inizio e una fine riconoscibile secondo i parametri di valutazione comuni. Che confusione. Proviamo con qualche esempio: magari per i più allenati, quelli che trovano somiglianze, parallelismi, i domatori di analisi, ciò può essere un circuito che si ripete, un circolare storico localizzato in una analogia simmetrica. Qualcuno per orientarsi, o per gioco, ha inventato la metafora. Ha elaborato l'atmosfera, la gravità. I cani col naso all'insù fiutano la polvere di stelle o tartufi lunari. Qualcuno ha costruito un mosaico con similitudini per non sperdersi ed ha creato arte ed arterie, diramando l’uomo in modo simile in ruoli e giostre speculari su cui fare commedia o semplicemente un giro. Qualcuno è salito sulla luna, per pescare latte e formaggio. Qualcuno ha ballato con il sole, prima che le sue ali bruciassero. Qualcuno ha sorriso nel ballo e si è innamorato, quando è finito il gioco ha pianto, poi la giostra ha ripreso a girare, bastava pigiare un bottone, non uno qualsiasi, ma quello giusto. Qualcuno, invece, ha preferito vivere la propria esistenza come un fiume, così per gioco, per rivelazione, per immanenza. Ha colto l’istante inespresso fra tutti ed ha risposto alla domanda esatta. Ha vinto, scordandosi i romanzi, godendosi il piacere di una commedia priva di un inizio e di una fine. Ha rinunciato a Dio, fatto a pezzi il suo cognome. Ha pensato il cosmo, per una fuga d’amore, l’ha realizzato.
sabato 20 luglio 2013
L'amore scontato
Stupirsi per un particolare. Occhi frastornati. Stornello visivo. Occhi farfuglianti in attesa. Finalmente una risposta. Lacrime
gelate, un torrente collinare scava fino a valle. I tuoi zigomi albicocca
divisi dallo scorrimento. Silente prosegue fino a cascare rapido quanto il
lento sfiorarsi ultimo con la pelle. Un solco magro. Cicatrice. Un istante,
nessun cigolio nella macchina, al momento. Previsto in tutti, agitato comune,
arrivo singolare. Guardarti dallo specchietto dell'auto. Preparazione. Tranquilla, dopo
un liquore generoso, verde e artigianale, mi appari più bella. Respira muta,
nascosta fra foglie: quando ti osserva: ti ama. Empatia nuda, notturna,
sorrisa. Un bacio e la luna. Lo spreco di parole. Dalle auto osservano. Tranquilla,
mi chiedi di amarti e lo farò, perché risparmio, perché con l’odore del mare trovo il coraggio. E’ noto
che, con pochi euro, si può anche questo lucciola innamorata. L'amore scontato.
giovedì 11 luglio 2013
L'orfano romantico
Il chiasso dello starnuto la scuote e un calzino le cade. Di giù l’attendono i ragazzini del quartiere, lei è nuova qui, come suo marito, l’uomo mucoso. Per anni all’interno 7, via degli ausoni 78 c’’ha vissuto una puttana, era molto generosa, per poco, era la specialista dello svezzamento. L'abitudine è così, e lei, la donna del calzino, presa a stendere i panni, è molto bella.
La puttana s'era invecchiata e aveva fittato il suo ufficio a una giovane coppia per dedicarsi al parcheggio abusivo verso Flaminio. La puttana, però, fino alla pensione del parcheggio aveva mantenuto i suoi standard prestazionali. Il prezzo col tempo era sceso. Per quanto sono a conoscenza l'ultimo prezzo era di 30 euro compreso di gelato prima e una Marlboro dopo. Non era bella, per questo era desiderata.
La prima volta è brutta per tutti, al di là di libri-film-canzoni, e nessuno vuole sfigurare o essere l’ultimo sfigato ancora vergine del gruppo. In più, lei, somigliava più a una madre che a una donna ma nessuno ha paura della progenitrice a 13 anni, Freud escluso. Ma i ragazzini che ne sanno della cocaina, di Anna e della madre della psicanalisi. Essere ragazzini è questo. Loro, sono di borgata, pensano a togliersi il dente senza credere più alla fatina. I denti come il sangue devono cadere quando passano le bande vicine-nemiche-cugine. Per loro il tempo di crescere è racchiuso in semplici passaggi: sesso-sigaretta-sangue.
Lei, però, non era una puttana, tutt’altro. E io, non ero un ragazzino, almeno non come loro. Lei, però, aveva marito, non era il massimo, anzi, era il più classico italiano medio: gambesecche-panciapelosa-calvoriportato e tanto pallone, o meglio, tanta As Roma. Lui, il calvo secco chiatto romanista, aveva poco più di quarant’anni per l’anagrafe.
Lei, la donna di cui sono innamorato e con cui perderò la verginità, insegna letteratura inglese, ha gli occhi di mare con tutti gli scogli perimetrali e le alghe a tappeto, ha una figlia che mi ama ma è poca roba davvero. Secca-lentiggini-occhiali, semplicciotta, timida e noiosa. Ovviamente l’apparecchio e tanti complessi di chi è succube dell’ortopedico. Standard oleografico di mediocrità prepuberale.
Lei, la madre, ha il mio cuore, come un voodoo child al primo strizzo l’infarto mi pianta in terra sull’asfalto abrasivo d’estate e fangoso d’inverno. Non ci sono più le mezze stagioni; dell’amore. Gli altri quando seppero che l’avrebbero avuta come professoressa hanno smesso di osservarla e hanno aspettato in fretta settembre e al minimo cenno su di lei si tiravano il pacco con le mani. Io, ho afferrato il pacco di libri invece.
L’estate l’ho trascorsa con Shakespeare, anche se è difficile da pronunciare, l’ho letto. Lui, è il padre dei romantici, per noi orfani tra l'altro c'è anche Charles Dickens. Ma la mamma non manca quando penso a gli occhi di lei, gli occhi suoi belli, il maestro pensava a lei quando diceva che sono stelle forti al punto di far sempre giorno.
Il balcone avanza furtivo, lontano dal marito, prossimo al cuore. Mille volte buonanotte amore mio. Mille volte cattiva notte vorrai dire senza te. Non vedo l’ora che l’estate finisca, che settembre sia, che il fiocco e la divisa della scuola siano belli e stirati dalle suore nel convitto, che i compagni di scuola tornino dalle vacanze con le foto delle mamme, dei papà e delle nonne da incollare sul mio muro bianco.
Prendete tutto lo spazio che serve per i vostri collage estivi, non ho nulla da aggiungere tanto io sono forte come Antonio, Cleopatra non può far altro che cedere fra le braccia mia muscolose-forti-virili.
lunedì 10 giugno 2013
Piano piano
Quando colpiva sui tasti le mani tremavano. Non sbagliava un
colpo, era sempre alla ricerca della nota giusta. Sapeva della battuta recitata
bene, un nero e poi un bianco e poi via a ritmo sincopato dava un colpo alla
serata per tutti. Magari avrebbe conquistato, lei, se solo avesse pensato che
da qualche tempo le donne lo cercavano per i locali della città. Si diceva un
gran bene di lui, si era sparsa la voce di orgasmi, discoteche di musica
classica, jazz, fusion, country sui tavoli.
Era nuovo è già l’eco delle sue melodie, delle note giuste al posto giusto al momento giusto rintoccavano nell'aria. Se gli facevi notare che quelle due americane al tavolo, bionde quanto turiste, lo mangiavano con gli occhi quasi sbagliava una nota ma timido abbassava la testa e tornava a marciare. Dimenticava in fretta e ligio recitava umano e delicato sui tasti, li accarezzava come delle cosce vergini.
Dopo due giorni senza giocattolo, ci adoperammo per trovargli un piano. C’era questo locale a sinistra, vicino le mura, dove era possibile suonare ma girava voce di un proprietario dai modi selettivi e di poche parole. Due pezzi di base per chiunque ma se qualcosa non lo convinceva chiudeva il piano senza troppi clamori. Nessuno protestava, chiunque sapeva le regole e tacito le rispettava.
Lui, guardingo entra nel locale, noi alle spalle puntiamo al bancone. Lui con passo a contornare il perimetro del locale studia i tavoli, i presenti, empatico raccoglie i sudori della sala. Un paio di partite a scacchi, il biliardino coperto e una cartomante in attesa dell’atmosfera per adescare e suggestionare al meglio i clienti. Il piano a dirla tutta non era un granché: era scordato in diversi punti e le ottave basse e quelle alte erano mute. Gli piacevano i piani toccati da mille mani, sentiva tutti i suonatori precedenti, sentiva le sensibilità del tocco trascorso, adescava i punti rovinati, consumati e li rigenerava, amava l’idea di conoscere in uno sfasamento temporale le anime dei passanti: si sentiva meno solo fra tutti loro.
La sala applaude e il proprietario chiude subito l’offerta sulle birre del giorno, ha capito che c’è puzza di grana, che qualcuno sarebbe entrato perché le note che suonava uscivano fuori e riempivano la strada come l’odore dei laboratori di pasticceria quando si fa alba.
Lui, senza accorgersene, aveva mille donne, due fra tutte amavano ascoltarlo, avrebbero litigato per lui, forse si sarebbero conciliate per lui. Erano bionde quanto turiste, erano americane. Noi, in attesa di una sua mossa, parlavamo delle parole giuste sulle note giuste, pensavamo ai cantautori ma era chiaro che non ci fosse molto da dire: la scena era sua senza che lo sapesse e se l’avesse saputo sarebbe scappato. Gli mostriamo le bionde, ora ci odia, scappa ma sappiamo che quando lo rivedremo non proverà più rancori, sarà un piacere offrirgli da bere, dicono che l’alcol lo fa parlare, fino ad allora: cerchiamo le parole giuste per raccontarlo.
Ti va di ascoltarlo? Fahien improvvisa!
Era nuovo è già l’eco delle sue melodie, delle note giuste al posto giusto al momento giusto rintoccavano nell'aria. Se gli facevi notare che quelle due americane al tavolo, bionde quanto turiste, lo mangiavano con gli occhi quasi sbagliava una nota ma timido abbassava la testa e tornava a marciare. Dimenticava in fretta e ligio recitava umano e delicato sui tasti, li accarezzava come delle cosce vergini.
Dopo due giorni senza giocattolo, ci adoperammo per trovargli un piano. C’era questo locale a sinistra, vicino le mura, dove era possibile suonare ma girava voce di un proprietario dai modi selettivi e di poche parole. Due pezzi di base per chiunque ma se qualcosa non lo convinceva chiudeva il piano senza troppi clamori. Nessuno protestava, chiunque sapeva le regole e tacito le rispettava.
Lui, guardingo entra nel locale, noi alle spalle puntiamo al bancone. Lui con passo a contornare il perimetro del locale studia i tavoli, i presenti, empatico raccoglie i sudori della sala. Un paio di partite a scacchi, il biliardino coperto e una cartomante in attesa dell’atmosfera per adescare e suggestionare al meglio i clienti. Il piano a dirla tutta non era un granché: era scordato in diversi punti e le ottave basse e quelle alte erano mute. Gli piacevano i piani toccati da mille mani, sentiva tutti i suonatori precedenti, sentiva le sensibilità del tocco trascorso, adescava i punti rovinati, consumati e li rigenerava, amava l’idea di conoscere in uno sfasamento temporale le anime dei passanti: si sentiva meno solo fra tutti loro.
La sala applaude e il proprietario chiude subito l’offerta sulle birre del giorno, ha capito che c’è puzza di grana, che qualcuno sarebbe entrato perché le note che suonava uscivano fuori e riempivano la strada come l’odore dei laboratori di pasticceria quando si fa alba.
Lui, senza accorgersene, aveva mille donne, due fra tutte amavano ascoltarlo, avrebbero litigato per lui, forse si sarebbero conciliate per lui. Erano bionde quanto turiste, erano americane. Noi, in attesa di una sua mossa, parlavamo delle parole giuste sulle note giuste, pensavamo ai cantautori ma era chiaro che non ci fosse molto da dire: la scena era sua senza che lo sapesse e se l’avesse saputo sarebbe scappato. Gli mostriamo le bionde, ora ci odia, scappa ma sappiamo che quando lo rivedremo non proverà più rancori, sarà un piacere offrirgli da bere, dicono che l’alcol lo fa parlare, fino ad allora: cerchiamo le parole giuste per raccontarlo.
Ti va di ascoltarlo? Fahien improvvisa!
venerdì 19 aprile 2013
Immigrant child
Piccolo. Abbastanza per passare fra due sbarre. Grande. Di
un cuore puro e maldestro. La memoria è già dolore, non serve. Quando parla
adotta spesso il futuro, non gli appartiene ma perché gli altri lo capiscano si
impegna però non lo sa scrivere o non vuole. Piccolo. Da dire che una parola lunga sia il treno, una accogliente la
casa, una dolce la torta. Grande. Per dire "ti voglio bene" ai cani perversi, da
rispondere a occhi chiusi. Piccolo. Perché le giostre siano grandi, amiche
girevoli, altalenanti, dondolose. Perché siano il fortino da conquistare, il
castello da proteggere. Per essere un indiano contro gli uomini bianchi, per
ululare correndo, per sgattaiolare fra i tetti, per suonare con delle bacchette
le lattine, per cantare poesie con una sola vocale. Piccolo. Ma non abbastanza
da capire che la casa in cui vive è un’automobile, le case con le ruote si muovono e
come il sole la notte ti riposi con lei. Grande. Per coprire i freddi e
tremolanti uomini neri alla stazione. Piccolo. Da nascondere l’amore e la
fanciullezza fra le persone segrete. Grande. Non ancora per sognare solo quando
si dorme.
martedì 9 aprile 2013
Mutazione apparente
I nervi tesi, a volte, lo sono per natura. Sale
l'adrenalina, i brividi lungo la schiena, sei immobile, tutto si muove
frenetico, asmatico, lo stomaco come inghiottito, raggomitola fra sé,
rivoltoso. Evadono le birre e il breve pasto d’occasione senza rito, consumato
rapido dopo il dovere quotidiano e prima del piacere. Eppure piacere non c’è, ti rivolti
nervoso con le budella, senti il vomito in gola, nel naso, puzzi dentro, provi a distrarti
dalle interiora, dalle viscere ribollenti del tuo vulcano interiore. Ti senti
un ancora al collo, una palla di due quintali al piede e le ossa fibrose,
sfatte, di vetro. Non controlli più il corpo, la mano trema mentre cerchi di
distrarti con un manifesto per strada, conti le cicche in terra, pensi alle
persone con cui hai fatto sesso e quelle con cui ti sei picchiato. Conti quante
volte coincidono.
Provi a parlare, a dire qualcosa, al tuo amico accanto,
ignaro di tutto, senti la voce doppia, strozzata, senza fiato, tossisci per
stare a galla ma cammini, padrone di te continui a ridere alle battute, a fare
cenni con la testa di approvazione, non vuoi che cambi nulla attorno mentre la
rivoluzione ti occupa. Cerchi di riafferrarti, quell’ancora potrebbe aiutarti
ma non vuoi fermarti, teorizzi una bussola per non sperdere la mente. Pensi
agli algoritmi che utilizzi quando lavori, alla penna sfiatata da riesumare,
allo zippo da ricaricare con il gas, agli amici partiti e mai più tornati,
alle compagnie aeree che hai preso e ragioni sul fatto che tuo padre non ha mai
volato.
Ripeti in mente i libri che hai nello zaino ma ti stressano quei foglietti sparsi all'interno di ognuno, i libri sulla scrivania ti placano anche se la polvere inasprisce il palato, le riviste in bagno da ritagliare ti danno noia, le copertine
dell’Internazionale appese al soffitto ti portano a spasso e scodinzoli, i libri nello scaffale di tua madre ingialliti li ami ma non li leggi. Ti fermi su qualcosa di leggero, superficiale, come quel libro che ti diede tuo
zio, quel brutto thriller scritto da un ingegnere ottantenne della Nomentana, una
trama di intreccio, di giornalismo investigativo immerso in un intrigo
internazionale da quattro soldi. Un padre da scoprire in chissà quale
continente e un direttore bastardo. Pensi al cinema, all’ultimo film che hai
visto. Ma le immagini si distorcono, ti appartengono: si proiettano fasci di luce che danno la forma dell’utero
materno sul bianco pavido, il tuo nascere discreto e il respiro a suon di starnuti, le sigarette e la
tosse di tuo nonno ansioso, ritrovi l’affetto smezzato, la paternità precoce e
l’infantilismo proprio e privato.
E’ tutto in subbuglio nel corpo, tutto in
ordine negli altri, la mente contaminata è un groviglio disidratato, non
percepisci più il tuo amico, le sue parole sono nuvole che si sparpagliano intorno
a te, ti accerchiano, schiacciano le tempie e si irruvidiscono come foglie
d’alloro sul torace. Respira, senza fiato, respira, a perdi fiato, respira e
smorza il fiato. Smetti di respirare e poi ricomincia. Qualche colpo alla
schiena per abbattere, il tuo movimento è goffo, inciampi in una cabina telefonica, componi
un numero su via Tiburtina. Chiami gli artificieri e l’esercito: se arrivano i
primi forse ti salverai, con i secondi sarai Dio la minaccia, dominerai il
mondo per la sola presunzione di esistere. Intanto, respira e prendi fiato, il
destino avrà una targa pari e sarà ammaccato.
sabato 6 aprile 2013
Sciolto
Era una piovosa notte di marzo. Il cielo a singhiozzo
emetteva scariche con secchi d’acqua sulla strada. Il ritorno a casa era
liscio, slittante. Le buche del raccordo autostradale erano visibili solo in
prossimità immediata. I vetri appannati lasciavano l’imprevedibilità di quel
percorso fatto tante volte in passato. Le strisce bianche solcavano il tragitto
ormai giunto a metà. All’entrata in galleria sai che sei a metà strada, che
puoi lasciare le marce e procedere a folle fino in città sfruttando la discesa.
Quando piove no. Alla fine della lunga galleria aveva smesso di piovere. I
finestrini potevano essere abbassati, la strada è riconoscibile più che
immaginabile. I fantasmi freddi della guerra accompagnavano l’uscita dal
tunnel, un cuore congelato in cartoccio volava dal freezer dopo una vita e si scioglieva sulla strada e i brividi,
e il sudore, si spalmavano fra l’asfalto terreno algido ceceno.
Era di proprietà mia personale medesima propria, un cuore
donato e disgelato fra i respiri e i pianti neonati in un violoncello in una
discarica, sfuggito al netturbino divorziato, raccolto dagli occhi intensi
formica, dalla lavandaia avvolta nei cimiteri di ruggine e topi urlanti.
Principessa di discariche interiori e madre noiosa sfatta dalla cimice
infiltrata nelle viscere, si decompose anche lei negra col cuoregelo che l’avrebbe
salvata. Una farfalla di latta vide tutto e si immerse nelle acque sotterranee,
nel beep del morse, nel tic della lancetta, nel toc della porta, nel tuc dei
fumetti, nella tac della figlia, nel cuore disgelato, disperso sull’autostrada
fiume panta rei con le cicche erranti e le lattine ristoro schiacciate. Un
groviglio sfilato fu l’intreccio nuovo, il mostro partorito dalle venature blu
delle sue gambe schive, mai lascive, come chiese a mezzanotte.
New born. Un bruco scarafaggio disattento e malvagio, buffo
e tenebroso, folle fra le folle, lucido fra i lucidi, stempiato fra le lune e
ricco sotto il sole. Due giorni prima morì, rinacque nuovo ancora col cuore dal freezer, nudo al
centro di un monte di rifiuti in una tensione celeste, fra i fumi obliqui sipario indiscreto, in un lampo elettrico
anticlericale, guarda l’infinito, ha ancora due giorni per innamorarsi prima di
morire, non parla quando è in missione, bacia le sillabe interiori altre. Il
tempo di morire.
venerdì 22 marzo 2013
La festa è finita
Il cuore batteva a mille quando il portone sbatteva crudo.
Un'eco spiazzava ancora i condomini nonostante gli anni di militanza. Ridevamo
perché l’aria si esauriva, perché inalavamo il gas a scrocco dalla casa dal lato opposto
del pianerottolo. Non chiamate i pompieri, lasciateli riposare. Era bello stare
scomodi sui versi delle foto immobili come noi, dei video organizzati nelle
notti mute e delle registrazioni fuoriporta. Era un sogno afoso quanto l’adolescenza,
crudo come la maturità. Ci trovammo nel mezzo di nostra precarietà. Il passato
si cancellava con il futuro scuro, vacante, obliquo nel vuoto. Il presente era
estremo, eterno e immediato. Ci obbligava a vivere e morire in ogni istante per
paura di non farcela, di farcela, di restare sospesi in un tempo medio in cui i
nonni ci superavano e andavano a riposarsi sulle colline. Ora quelle colline un tempo vive oggi sono decrepite e già dimenticate sono delle metropolitane
serie, aride, inefficienti, sporche e consumate.
Passa tra 3 minuti, corriamo per l’ultimo treno sull’ultimo vagone con l’ultimo centimetro cubo senza appoggi per il futuro. E’ diretto dai nostri nonni, deportati e partigiani che abbiamo visto ai bar e non conosciamo, che amiamo per dovere, per il sorriso. E degli idoli, a loro sconosciuti, con cui cantammo le loro canzoni, ammirammo i loro quadri e recitando male le loro poesie. La loro vita è un abisso nella nostra memoria, una radice senza rami, il mondo ce l'hanno raccontato i cantapropaganda.
Andiamo, la casa è libera, finalmente i nostri genitori sono partiti, forse non torneranno, intanto facciamo festa finché non siamo sicuri che arriva domani, vigili ed esausti con gli inutili occhi aperti. Ci incantammo a studiare e descrivere la potenza del fiume nel suo scorrere e pulirci di ogni ricordo invece di amare gli argini e la potenza creatrice della resistenza. Ci pulimmo con l’acqua prima dell’inondazione, senza conoscere gli argini pensammo che fosse una festa straripante quando era l’ora di fare pulizia per sopravvivere. La festa è finita.
Passa tra 3 minuti, corriamo per l’ultimo treno sull’ultimo vagone con l’ultimo centimetro cubo senza appoggi per il futuro. E’ diretto dai nostri nonni, deportati e partigiani che abbiamo visto ai bar e non conosciamo, che amiamo per dovere, per il sorriso. E degli idoli, a loro sconosciuti, con cui cantammo le loro canzoni, ammirammo i loro quadri e recitando male le loro poesie. La loro vita è un abisso nella nostra memoria, una radice senza rami, il mondo ce l'hanno raccontato i cantapropaganda.
Andiamo, la casa è libera, finalmente i nostri genitori sono partiti, forse non torneranno, intanto facciamo festa finché non siamo sicuri che arriva domani, vigili ed esausti con gli inutili occhi aperti. Ci incantammo a studiare e descrivere la potenza del fiume nel suo scorrere e pulirci di ogni ricordo invece di amare gli argini e la potenza creatrice della resistenza. Ci pulimmo con l’acqua prima dell’inondazione, senza conoscere gli argini pensammo che fosse una festa straripante quando era l’ora di fare pulizia per sopravvivere. La festa è finita.
domenica 20 gennaio 2013
Le colline sono già più in là
Volevo ricordare al medico, allo strizzacervelli, al
grullaio, allo #sfornapillolefelici e ai suoi seguaci, che le colline son
già più in là, han preso il volo, il volo verso altri lidi, in un parto di cuore,
nessun cesario, da queste parti c’è puzza di vecchio, non di antico. Ricordarsi
della lista di accenti ganzi dritti e mirabolosi e fantasmagorici sempre
supersonici raccolti in questi anni, nessun inca alla porta, suona solo la
marmotta, quatta quatta matta matta, giuro non son pazzo, sono solo partite, è
solo che non ritornerà non ritornerà più. Abbiamo speso di occasioni non rimpiangerle
non rimpiangerle: mai. Voglio solo ricordarle che non voglio la cura ma il
metodo, non mi curi, mi dica solo la natura dei miei sintomi, ho in mente di
farci un libro, un film con nanni moretti nanni e woody sempre lui woody. Ho
voglia di stalattiti, di stalagmiti, di stalle, di stelle, di chioschi a forma
di trulli al colosseo, di negri illuminanti con un laser di color color neo.
Non sono grullo ma strizzami, non curarmi ma indicami, come una formica
patologico lavoro, come un uomo faticoso non adoro, come un adolescente più non
sono, non mi innamoro, come un alieno mi inchino al poter dell’oro, non sono
come loro, ma loro guardo e canto canto e lo faccio in un coro solo: le colline
son già più in là, han preso il volo volo!
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