giovedì 5 gennaio 2012

Vecchie cartacce

Potrei parlare della città delle mele, delle pere, del fumo, quella dove vige il consumo legale e non di sesso, di quella ipermoderna o della regina alla cabina telefonica, di un amarcord insomma. Potrei parlare del giorno di Natale, del 14 Dicembre o dell’11 giugno, del giorno della morte di Cristo o di Che Guevara e invece no. Quel che mi accingo a scrivere è il frutto della serata appena trascorsa, così vera da sembrare noiosa, spero tu non legga e continui a scorrere la tua esistenza anziché rallentarla per queste rigide righe prive di fantasia.
Ciò di cui parlo è la notte degli encefalogrammi piatti, meglio chiamata come “la notte dei cervelli pari”. Nel primo pomeriggio citofona la mia ragazza, Lei insomma, risorta dalla particolare serata  mi bacia con allegria, con l’eccitazione che le ha fatto dimenticare le mutandine. Mia madre donna tapis roulant si lamenta mentre stende i panni mentre mio fratello sbuffa ad ogni passo, perché è così che ha imparato a camminare. Nel cortile murato c’è lei, fuori luogo perché cervelluta, perché normale, a disagio perché le sue unghie si stanno ritirando. Io passivo, schivo qualsiasi ambigua questione fra le donne di casa e lei mi rinchiudo in una passatempo inutile. Avanzano le urla e allo scrollarsi delle pareti tiro le code di tutte loro, le lego e compro delle museruole. Decidiamo fra i pianti imposti dal prete di uscire per acciuffare un po’ d’aria, lei si è messa una lattina fra le gambe mentre io ho uno spago sul pene e al termine dello spago vi è una pietra. Incontriamo altre persone vestite come noi, fra questi Hansel e Gretel stanchi di perdere briciole e desiderosi di gettare vecchi dai cavalcavia. Ci invitano a seguirli, fra noi uno sguardo di coppia risoluta la risposta è-perché no-
Lungo la via incontriamo un tabaccaio, primo uomo del dizionario alla lettera t. Si vanta mentre emana odore di sigaro e suda vapore nicotinato. …to be not continued…

martedì 3 gennaio 2012

AdoleScienza

Quand'ero piccolo scrivevo poesie, piangevo per tutto e scappavo dai cani. Impaurito, al freddo e al buio, camminavo lontano dalla famiglia, trovavo amici su internet e alcuni di questi avevano l'età di mio padre. Un ti voglio bene e una pacca sulla spalla sarebbero bastati e invece ho trovato un amico, forse dieci o cento. Credevo fossero tante versioni delle mie poesie che si concretizzavano: la ragazza cattolica malata terminale, Edward l'assicuratore, Imanuel il pugile e ancora ragazzi, poeti, attori, musicisti, ballerine e drogati. Non ho mai avuto vocazione se non per il complesso familiare, anzi no, anche per quello personale. Sempre ad affogare in un mare di solitudine e noia, in un mare di attenzioni mancate e di sorrisi diplomatici. Sempre estremo, deciso con pochi, incerto con molti, sempre con gli altri a pensare quale mondo potessi contenere, quale fosse il mio mistero. Nulla, il velo della rabbia e della radicalità coprivano il nulla e lo svelavo a poche persone sperando che mi rivoltassero come un calzino, che mi rendessero moderato e sincero, pronto ad affrontare qualsiasi situazione.
 Queste parole, poche e macinate in secondi sono per te, che non sei me, ancora ignaro del tuo futuro, che si ritrova in una frase, in una parola o in una lettera o, meglio ancora, che non si ritrova in nessuno di questi casi. La dedico ai poeti sconfitti o semplicemente agli adolescenti, ai figli borghesi, alle notti insonni, alla curiosità e alla scoperta. Non c'è nulla in questi versi perché non c'è nulla che posso dirti, non c'è nulla nel mio mondo grigio, certi giorni aspetto un pittore, una donna o semplicemente un po' di calore.

domenica 1 gennaio 2012

Lo scrittore


Disegno e dico che scrivo, coloro una casa e dico che vado a scuola. Ho poco tempo per giocare con tutti i giocattoli, uno alla volta per favore. Mamma ho scritto un articolo, mamma guarda come sono bravo. Sì figliolo, sei proprio bravo. Dici che da grande farò lo scrittore. Io ti credo e tu? Gli direi ora con minima punteggiatura. Sono anni che cerco di scrivere un romanzo, fin quando non lo scriverò dovrò continuare a fare il bidello, che si sogna professore e resta bambino.

giovedì 22 dicembre 2011

Eterotopia

Gli ideali realizzati, si moltiplicano alla sera quando stanco scopro le vesti e mostro il vero volto allo specchio. Non sono reale, ma lo sono, sono me stesso ma al contempo no. Anche le piante alle mie spalle ci sono/non ci sono. Mi chiedo da quand'è che vivo così, miserabile e fortunato, antipatico e simpatico. La barba? no, oggi no. Magari quando penso al possesso o quando penso al suicidio. Cosa mi domando realmente? Mi chiedo come stai: come stai?
Fogli stracciati si alzano dal bagno, un luogo comune, quanto intimo. Il cimitero? lo stesso
Insomma chi c'è in quella barca che affoga se non il mio sorriso, il mio riflesso e quindi me stesso? 
Ho cominciato a fumare le sigarette per appannare il riflesso e quindi me stesso.
E' tempo di stuprare questo mare inconscio e fraudolento, questo tempo rapido e infruttuoso lo voglio lento, dove gli spigoli fanno meno male. Voglio il tempo scandito con un metronomo da me costruito, voglio l'umanità che lenta scorre fra le mie vene, voglio che la televisione sia un luogo reale dove potersi confrontare, la radio un luogo in cui cantare 100 000 canzoni nuove d'amore.


Alla fine del concerto la star vomitò il sangue raggelato a lungo nella schiena, il fegato lo restituì anticipatamente al diavolo, per cui nutriva un certa simpatia. Oggi canta alitando, soffiando nel microfono, amico di ieri e nemico di oggi. La ragazzina glielo succhiò fino a che il bagno non si fosse totalmente insudiciato, lo curava senza curarsi, voleva una sigaretta, nessuno, non c'era nessuno se non il panico. La casa discografica, i debiti e gli anni 80 lo rinchiusero nei centri sociali, la sua cella era la sua vecchia casa ora più giovane di lui. Finì in prigione, mai fu guardingo, neppure lì, in quello specchio in cui miro se stesso e forse no.  

martedì 20 dicembre 2011

Sonno Antico

Dormo in silenzio in un sonno antico

A parlare fra attentati e bombe, fra giornali e miserie, c'era solo il verde dei nostri dialoghi, con i loro toni intensi e limati nei versi, in rima, spontanee sillabe fresche, zingare sibille giravamo carta dopo carta i dubbi.

Dalla finestra cadevano monti e lucciole, non uomini, non anarchici. Una ballata di Lolli ci accompagnava nell'immensa pianura fin dove tutto si perde, nella collina di New York giurammo in silenzio dai tombini alle punte dei grattacieli. La televisione non ascoltammo, la rivoluzione passò per radio ma preferimmo ascoltare Ferrè, a Milano ci baciammo ma era solo sonno, sonno in un sogno.

Non stanchi, sognammo di dormire e qualcuno ci cullò con strofe sconce di taverna a ninna nanna. Ci chiamavamo Gesù e Mosè, eravamo innocenti, ci lamentavamo senza ascoltarli. Ci svegliammo, si fa per dire, un giorno in una miniera di palude e fango, di pietre aguzze che grattavano la schiena e capimmo che tutto scorreva e noi non avevamo capito nulla, erano passati anni senza respirare, pensammo al sogno come ciò che era più vicino alla morte e quindi alla salvezza, alla beatitudine. Dormivamo solamente, ora invece sono sveglio ed è tutto più grigio, assopito ancora ma in modo diverso.

Il cielo sempre più nero sembra vero, mi basta esser sincero, magari anche un po' squallido, nostalgico, un po' morto ma sincero. Ora sono qui aspettando l'ultimo dei luigi d'oro di Aragon per poter mangiare, vivo in miseria, leggo i giornali che parlano di attentati e bombe, niente zingare dagli occhi lucenti stregoni, non verde in pianura. Solo collina, una grigia e periferica, che mi tiene sveglio, che in salvo protegge e allontana quanto è stato.

lunedì 5 dicembre 2011

Manifesto Assistito

Se son vivo, almeno per un po', è merito degli amici. Se ha vissuto, ancora un po', è stato merito degli amici. Lucio hai visto la Svizzera più e più volte, Magri sei resuscitato per gli amici e un po' come Cristo per mancanza di coraggio. Blasfemo è chi muore una volta sola, o quantomeno non pensa mai di voler morire. Ipocrita è chi dice di voler vivere a pieno regime gioie e dolori, sempre, senza alcun dubbio mai. Bastardo è chi attacca colui che decide di far ciò che vuole della propria vita, forse nessuno è proprietario di se stesso ma di sicuro siamo tutti noi stessi, giudicatelo, ma per quanto ha fatto non per la fine che ha deciso di fare. I grandi uomini decidono cosa fare di sé...i piccoli lo lasciano ai grandi Dii. Fortuna che lui ha un medico amico, e chi non ha amici?

martedì 29 novembre 2011

Rima bipolare


La Danza con lo Scheletro, amico fluorescente con l'occhio di vetro, il malleolo in bella vista e il l'anca da apripista. Simpatico e arzillo fa palestra tutti i dì, si ubriaca il martedì e i massaggi dolci se c'è Xie Li. Come una marionetta si agita e sgambetta, qualche scappelletta e via con la risata del pubblico della serata. Filastrocche vili e sconce racconta a sua moglie, lei è irritata e la testa si è fasciata. Non se ne può più grida l'uomo coi muscoli, cado a testa in giù e nulla mi succede non si rompe neanche il piede. Sono un ammasso in sconquasso che cado da un palazzo ma resto senza un graffio. Piango e mi deludo, non muoio senza scudo, resto qui né cotto né crudo, i vestiti non m'entrano e indovina un po'...resto nudo!

domenica 27 novembre 2011

Insofferenza: principio di rinascita


La barra sincopata m'accompagna lungo la strada, un po' di brina sul selciato, qualche puttana, zitto proseguo. Zitto e sommerso nelle sue parole, m'addentro nel passato e lo rivivo con nuovi occhi, lo rivivo e fra una battuta e un'altra c'è sempre un gesto, inutile e banale che distrae il pubblico. I like it grida il mondo oggi, nulla di più. Perdo la parola e lei prosegue il discorso, perdo conoscenza quando lei mi prende il polso. Riesco a malapena a respirare quando lei mi bacia, spero di morire durante l'orario di lavoro. Sono in treno, nella stanza ci sono nevrotiche coppie partenopee, dal dialogo incessante e inutile; spettegolano, lei con enfasi e lui con distrazione, i fratelli (di lei) hanno fatto un discorso di eredità (a lui) senza nemmeno parlarne (con lei). Un uomo a telefono organizza i turni in radio, si vanta con gli amici e fa chiacchiere disinvolte sulla sua amante, il seno? abbondante! Il ragazzo torna al paese dalla sua ragazza, ci provano, vogliono stare insieme fin quando non avranno una vita sociale nella realtà naturale soddisfacente. Il mio ruolo? il ragazzo intellettuale di sinistra che non lo è, ma è inutile convincerli, sono apparenze. Leggo il giornale, poi Kafka e ascolto De Andrè. L'apparenza è banale se la si distingue. La vita è reale se non la si afferra. L'anima non perde mai la dignità, neanche con l'amore, è tempo di risurrezione.

sabato 12 novembre 2011

Post privato

Vivo, in affanno, mi prolungo per un po' cercando vette da sbiancare. Io non ho mai amato e tu non sei mai stata viva con me. E' tempo di amici e fratelli, di nostalgia e ricordi, di volti andati e perduti, assaporati  per poco e a volte per troppo. Si sostituisce la gente, muta, esplora e cresce. Vancouver grida l'amica dall'auto ridendo, mi racconta del tempo e di come è lento se vuoi. Volontà, volontà una sola parola ripetuta sbatte come i libri in testa eppure non ci si accultura così. Volontà qualcosa da imporre come hai fatto per tutta la vita. Devo volere, così pare familiare, rallento e penso, ha ragione l'amica mia e hanno ragione i giudizi, se non sono corretti poco importa, esistono e un motivo ci sarà. Non mi dite che c'è il bene e il male, sto facendo dei conti, sapete com'è sono ingegnere. Rido forte, lo faccio di rado e di gusto mentre gli altri ridono ancora meno. 
Scrivo il temino:
Voglia di conoscere gli ingranaggi della macchina e non di spingerla al doppio delle sue capacità. Voglia di vivere a lungo, di conoscere la muta del serpente, di assaporare le gocce una per volta. Voglia di treno, per 11 ore e poi altre 11. Voglia di amici, conoscenti e sconosciuti. Voglia di nuovo, non di un posto certo e infinito, non di nipotini e pensione ma di nuovo. Voglia di ripartire, da zero, anzi da tre come disse un'amica carissima, uscita da un fumetto al filosofo. Grazie coincidenze e proseguiamo oltre senza il soffio vitale esterno, ora la matrice è interna. Lo giuro, ovviamente a me stesso.

sabato 5 novembre 2011

La sedia e il cavalcavia

La spia della tua cam è accesa, ti guardo, ti spio e mi infiltro nelle tue mura domestiche. Derubo la tua intimità, preservata a tutti anche a te stesso, forse troppo spesso. Ti scruto ridendo, ridicolizzandoti, sei una parodia del tuo ego, guardati. Ero lì quando hai gettato la sedia a rotelle di tua moglie giù dal cavalcavia e quando hai ucciso i tuoi figli. Forse questo non è successo, forse ho esagerato, ma è così che ti senti, così ti voglio far sentire. La tua sofferenza è la mia gioia, il tuo culto è il mio clown, la tua donna è la mia troia. Non ci sono mezzi termini per descrivere la tua vita, non ci sono svolte o volte buone, una piatta discesa, un encefalogramma mutilato in una terza dimensione. La luna ti ruba una lacrima e credi di provare un'emozione, ma che vuoi che sia quello sputo nel cielo. Cade una apple dalla window e ti credi Newton o Gates o Jobs. Sono il furto del tuo linguaggio, la tua lingua si allunga e assapora poche gocce, credi di esserti dissetato. Nessuno ti comprende perché sei scarso, non speciale, non ti impegni nel sociale e ti credi timido, disadattato. Non sei nulla, il bene e il male per te sono concetti insensibili. La spia della tua cam è accesa ma nessuno ti guarda, nemmeno io, ti senti solo e spaventato perché sei pavido, pavido, pavido.