sabato 19 luglio 2014

Improvvise città


Dilapidare matrimoni lungo le rive dell’oceano, intrappolare lo spreco delle gocce dal rubinetto pubblico con una guarnizione in gomma. Riempire taccuini nel tentativo di descrivere il vento, i venti, i sospiri e i sussurri. Annotare la lista della spesa per sgomberare il magazzino dei pensieri. Stanchi di perdere ancora la fermata dei missili spaziali. Viaggiare lungo un sorriso di un’ancella, soffiare i suoi capelli come foglie, ondulanti versi colati sulle efelidi estive. Saltellare tra fontane chiare lungo i campi fino a calpestare improvvise città. Nuotatori dilettanti spalmati su quartieri dorsali e miserevoli strade. Rimbambiremo le nuvole figlie dei treni, tra le mani c’è l’intelligenza, maestra artigiana dalla luce fiacca ma prolungata e presuntuosa del dio futuro. Giocolieri annoiati ci rallegreremo sotto le cascate metropolitane dei panni inzuppati del terzo piano sotto cui laveremo i nostri visi, i nostri vestiti, i nostri corpi. E infine torneremo alla panchina, come ogni notte, dove saranno nuovi i sogni di cartoni riscaldati per fare l’amore con le malattie del posto.

mercoledì 11 giugno 2014

Formiche


Formiche, siete ovunque. Siete milioni a edificare le vostre grandi opere nella mia stanza. Se almeno pagasse l’affitto. Sapete, i tempi non sono dei migliori per le tasche dei contribuenti. A proposito ho trovato dei vostri parenti anche lì; dicevano di essere i cugini maggiori, stavano lì, nelle scarpe, anche se non credo abbiano resistito allo smog dei miei piedi.

In ogni istante, siete con me. Mangiamo insieme, o meglio, come un divorzio clandestino, rubate gli alimenti di continuo. Sono cosciente di essere la vostra sopravvivenza. 

Mi seguite fino al bagno e spesso cadete nel lavandino, su questo volevo dirvi che non c’entro niente, anche se vorrei. 

Quando dormo marciate lungo la collina che è la pancia mia, ma forse è pura immaginazione, insomma producete suggestioni; è come se percorresse lunghi cammini ogni notte per fare capolinea nei sogni miei.

Quando c’era lei, però, eravate confuse, altro che una grande squadra operaia, mie piccole guardone certo sembravate cicale mica pezzettini neri dal capo chino. Vi ho visto appostate sugli spalti della libreria. Ho visto anche che provavate goffe a imitarci: la vostra invidia glorifica l’essere umano e il suo sudore.

Ora che lei non c’è, siete di nuovo organizzate a passo militare e con rigore sovietico pronte a rovinare la pace mia, in fondo, avete ragione, è un ambiente più adatto a voi che a me. 

Con lo sguardo ispeziono la stanza. 

Guarda cosa hai lasciato in giro, sciafarazzo di provincia che non sei altro: cicche sul letto, lenzuola sporche, il cuscino giallo, libri e giornali in terra fra croste di pizza e i cartoni del corriere, lo spazzolino più adatto al water che ai tuoi denti, lo shampoo colato sopra il riso della settimana scorsa.

Mi sento ospite, ma quanto è intorno alla stanza, l’ho costruito io. 

C’è di tutto, ci siete voi e i miei disordini, manca solo lei. L’ho accompagnata lontano e una volta andata via, dopo di che mi sono diretto al supermercato per acquistare l’insetticida. Ho scelto il più costoso, perché letale, ma soprattutto spietato.


Lungo il ritorno, mentre percorrevo la grande collina, ero così piccolo, vestito di nero in conflitto col sole, come voi pensavo di venire schiacciato da un momento all’altro. 

Credetemi, avrei voluto uccidervi, ma poi ho capito che non mi importa. E quindi, care amiche di un’estate, sapete che vi dico? Avete vinto. Bandiera bianca per me. Tenetevi pure la stanza, io non torno più.


mercoledì 4 giugno 2014

Una minaccia meravigliosa


E buonanotte a chi ha sonno dopo aver mangiato dal nonno,
a chi ha ancora fame e chi ha bevuto di traverso.
Buonanotte a chi sorride, a chi perennemente
vortica tra nord e sud e non viaggia in prima classe.

E buonanotte a chi maledice il padre eterno
Mentre gioca alle macchinette con pausa sigaretta.
Buonanotte a chi si buca ancora, fuori moda
mentre lascia la figlia fuori scuola.

E buonanotte a chi comunque cresce e sorride
anche sotto bombardamento.
E buonanotte a chi silente urla senza chiedere voti.
Buonanotte a chi con forza parla di odio di classe come Edoardo.

E buonanotte a chi lavora 68 ore la settimana,
ma quante ore ha una settimana?
E buonanotte a chi è pagato 1,85 euro l’ora
e a chi non va in fabbrica perché ha studiato e ci crede ancora.

E buonanotte a lui che al telefono riceve una proposta:
50 euro al mese per fare la telecronaca di pallavolo.

E buonanotte a chi traina chi non vede
e ogni giorno gli pesta un piede.

E buonanotte a chi dorme
mentre la casa si allaga,
presto i boy scout busseranno al citofono per dirgli:
chiudi il rubinetto, le piante sono piene!

E buonanotte a chi ti rivolge il dito contro per dirti cosa?

Nulla se non una minaccia meravigliosa.

sabato 31 maggio 2014

Le sbarre del lago industriale


     Che poi in uno stanzino non si sta così male. Siamo io e te, chissà quante storie avremo da raccontare. Che poi se chiudi gli occhi puoi andare ovunque, dimenticare le storie che non ti va di raccontare. Che poi se diventiamo scemi non succede niente di male, l’unico problema è che non possiamo fare ironia. Che poi alla musica reagiamo tutti uguale, nessuno è immune, non la puoi ignorare.

     Siamo permeabili alle vibrazioni, come ai piccoli gesti, ai rumori. Senza rumori, dicevi che dicevi sempre al centro occupato una volta, tanti anni fa, dal tuo papà, dicevi che senza rumori la musica non si può fare. Dammi un altro po’ di vino dicevo sempre, poi ti lasciavo il bicchiere e riscuotevi la cauzione alla cassa. Magari ci fosse la cauzione pure qui. E pure una cassa.

Ma torniamo a noi.

     Devi sapere che dietro questo rudere, che una volta era un’industria, c’è il mare. E’ roba artificiale, come quella che ha fregato mio figlio, comunque, dicevo che non è che qualcuno voleva fare il mare profondo, si trattava di un palazzinaro che aveva fame, voleva farci un centro commerciale, prese la ruspa e di suo pugno inizio a scassare tutto, pure le falde acquifere.

     Ora c’è un lago in mezzo a questa metropoli, sento l’odore pure da qua.
Sta roba poi non è che te la racconto perché me la sono inventata, ho una fonte chiara e affidabile, me l’ha detto una mocciosa, mi ha parlato pure dell’assessore e dei ragazzi che si danno da fare, che poi c’è sua madre ma non ti dico niente di lei. 

Che poi tu sei giovane non è che ci credi a quello che dico, ma un giorno capirai.

     
     Ora ti racconto questa storia, e stammi a sentire, tanto stasera piove, senza che cerchi le scie alcoliche di tuo figlio, lui con l’ago non fila nulla, va di scarto; senza che cerchi, dietro queste sbarre per evadere puoi fare due cose: o chiudi gli occhi e inizi a sognare oppure stai zitto, muto e continui ad ascoltare la storia che ti sto per raccontare.

lunedì 19 maggio 2014

Lieti saluti


Senza viverci mai. Ci ritroveremo ancora disfatti sulla pietra di una panca chilometrica con il respiro affannato dopo ore in attesa del sole. Il mare ci ritroverà apparecchiati sui letti bruciacchiati dai mozziconi invadenti e gli occhi invisibili tra le parti nascoste rintracciate tra le caviglie e il petto. 

Faremo ancora viaggi di seta navigando sulla tua pelle tenera. Abbandoneremo per una volta le cene confetto e i diplomatici. Tra lieti saluti, vecchi fuggiremo via su di una casetta di legno incastrata tra i rami secolari di un timido centro sociale. 

Senza singhiozzi da centro commerciale avremo il battito incrociato, lontano dalle paure della miniera con i nostri nonni nero carbone; dalla paura degli sguardi nervosi, come quelle notti quando la pelle si induriva con gli schiaffi della maturità. 

Contenti di accettare i calci, avremmo preferito digiunare il consumo del pane quotidiano, dell’avere, del dovere avere, del dover avere le carte, del sopraffare, del sopraffare sorelle, madri, fratelli e padri. 

Avremmo preso calci nello stomaco sorridendo, pronti a issarci come bandiere in sacrificio della futura umanità. Tutto per ciccare con le dita; per navigarci teneri tra una discoteca con i bagni meravigliosi e un cimitero monumentale. 

Lo avremmo raccontato ai nostri figli sconosciuti come il lavoro a tempo indeterminato. 

Quando si è fatta alba, stropicceremo gli occhi ancora svegli, senza tremolii per il freddo che schiarisce il cielo tra la notte e il giorno, e guarderemo i vecchi danzare a passo militare su di una vecchia signora del mare. Lungo questa percorreremo le convivenze, i matrimoni, i divorzi legali e i nuovi matrimoni clandestini. Nascosti da tutti, alla luce del giorno mite e affettuosa. Senza viverci mai.

giovedì 8 maggio 2014

Occhio di stazza

Negli anni che la nostra salernitana città sotto l’impero del glorioso pontefice Martino quinto si reggeva, in essa di grandissimi traffici si facevano, e mercanzie infinite di continuo e di ogni narrazione vi concorrevano; ci ritrovammo coi pollici girati su di una panchina.

Vicino al chiosco a bere per compagnia, avremmo dovuto come gabbiani inseguire città sporche per avere bianchi sorrisi. Gli orpelli via, insieme all’anima del passato, ai cervelli maciullati, al cristo sconvolto col pane nelle mani del ricco avvocato dal naso bianco entusiasta della valigetta antica per cui ha speso i soldi del povero piattino domenicale.

Lì, fissi e immobili per sempre, tra dogane del porto turistico e del porto commerciale, scontavamo notti silenziose con le gru con le lucette rosse semaforo. Era una bella serata dicevano prima che ci isolassimo nella musica dell’errore, nell’avversativo lungo una generazione e breve come le nostre vite. Nel naso piccolo e con rughe nevrotiche fra qualche lentiggine ciliegia.

Spaesati e provinciali contavamo le navi entranti al porto, con una piccola barchetta sudamericana che scortava le città internazionali lussuriose e i traghetti della speranza. C’era la morte da esorcizzare, da tirare fino all’alba, con i compagni d’occasione necessari. Hai visto quant’è bella la città di notte, tiriamola a lungo finché possibile.

Ascolto Masuccio e canto di Porta Portese con te ma a letto mi aspetta la morte, giochiamo ancora un po’, freghiamoli tutti con il sorriso, nient’altro che denti. Prendiamo un caffè con sambuca per dormire. Ho bisogno di confidenza con la bara, ancora lì, difficile da issare, con l’occhio di stazza riposante, ignaro risucchia i comodi sogni a basso costo.

Dormirò poco senza te e le larve che a occhi chiusi entrano nel tuo corpo, che ti divorano mentre decifro il sogno sudato. Chiudiamo questa finestra dell’inconscio, apriamo gli occhi e troviamoci un lavoro.

Non ditelo all’anarchico ariete che rubava per mantenersi in forma. Non dire “ma”, privami d’aria, non lasciarmi avversativi, lasciami dormire nell’incubo, ancora un po’ prima che finisca questo gioco morboso e inevitabile in cui siamo sommersi. Che piacere farlo con te. Che piacere restare immobili mentre maledici chi ti dice addio.


Sorridi dal paese lassù perché qui in città si ride fino ad impazzire.


Post narrato: "E' tu sempre amerai, uomo libero, il mare! In lui ti specchi intero: nei giuochi sempre nuovi delle sue Onde  innumeri i moti tuoi ritrovi, e nei suoi aeri vortici le tue latebre amare "

venerdì 25 aprile 2014

Sempre di lunedì

E’ un anno che ci guardiamo sempre di lunedì
se solo avessi detto Abbiamo i giorni contati
avremmo potuto godercela ancora un po’
invece impantanati nei giardini labirinto
siamo rimasti a scegliere la direzione
soffocati come fossile, questo siamo
dopo la gita nelle sabbie mobili.
Un biglietto di sola andata
destinati soli alla morte
fra le parole a imbuto
Quelle non dette
Qua su per giù
con forma
di goccia
in auto.


sabato 12 aprile 2014

Vorrei ti accadessero cose orrende

Vorrei ti accadessero cose orrende
così, curioso, per vedere di che stoffa sei fatta.
Potresti farmi un caffè anche se sono nervoso
fallo con amore, sai, non basta solo il caffè.

Potrei sniffare la pelle e le rughe quando sei stanca
quando nero e innamorato, torno dal mare.
Hai vinto un abbonamento alla lotteria delle mie ossessioni
hai scavalcato le donne di casa.

Chiamo i vigili lamentandomi dei vicini
mentre tiri i piatti contro il mio visino.
Potrei urlare, anche se potresti uccidermi
quando scordi le favolose pillole anche se mi ami.

Potresti lasciarmi stropicciare il cielo
per poi abbracciarmi una volta vuoto.
Dopo le urla potresti coccolarmi fra i tuoi seni
lasciandomi avvolto fra le tue braccia come coperte
suderei un po’, come sempre quando sono triste.

Vorrei ti accadessero cose orrende
così, curioso, per vedere di che stoffa sei fatta.
Sei il mio personaggio preferito.
Scriverò ancora di te.
Il tempo di bere per farti attraente.
Sobrio ti lascerei.


martedì 1 aprile 2014

Carrozza numero 6


Carrozza numero 6. Destinazione Roma Termini. Una suora occupa il tuo posto. Non sorride e annoiata raccoglie le sue cose. L’ha riscaldato da Reggio Calabria e ora deve cederlo malvolentieri. Mi rivolge la parola severa dotata del classico “voi” d’un tempo e regionale.

L'impianto elettrico della cabina è guasto.
Le luci sono spente. Siamo al buio.

Fortuna che non siamo soli. Sfortuna che siamo con due signore over 50; non di età. La bionda e la mora. La bionda è una docente di ruolo di Siracusa che ha insegnato a Modena per 3 anni, a Roma per 8. Precaria in treno per 15 anni.

Famosa "La leggenda della precaria che va su e giù per la scarpa".

Il suo amore è di Benevento ma lavora a Taormina. Avevano amici in comune quando lei saltuaria insegnacchiava a Napoli. Nacque un amicizia, un legame, poi l’amore, poi 8 anni di fidanzamento e infine il matrimonio. Un matrimonio pronto a consumarsi a distanza, senza figli e con tanta speranza. Lui, agronomo fallito per colpa della crisi e dei municipi che non pagano ha deciso di entrare nel vortice dell’insegnamento come lei. Insegna in una scuola paritaria, ha bisogno dei punti carriera. Dice di lavoricchiare, nessuno l’ascolta, bimbi viziati da portare fuori dalla scuola ma poco importa, è la strada per entrare a scuola, per tornare da lei, per avere una famiglia completa e cristiana. La suora annuisce simile a un benfatto stanco, fievole evidentemente dovuto. Ha sonno, dice che il buio le porta il sonno, si scusa e dice “svegliatemi a Napoli”.

Amen.

La mora col petto libero al freddo, maglia leopardo, gambe larghe di cui una poggiata sul rilievo sotto il finestrino. Il telefono non ha mai problemi di linea. Anche in galleria. E’ nonna e non vede l’ora di tornare a Napoli. Commentando la vita della bionda le scappa uno “scristo” ma la suora dorme e lei è priva di pensieri.

Dicono di scendere a Napoli.
Alla prossima fermata qualcuno occuperà i posti circostanti al numero 44 della cabina 6.

Intanto, il viaggio è per le due over 50, ormai come sorelle, tempo di organizzarsi per la dieta. Ciò che le accomuna è la scarsa volontà. Parlano di pillole a 60 euro fatte con estratti naturali.

Possono mangiare tutto dice la mora. Anche il fritto. Il medico è di Ponticelli.

Pensano al bendaggio non invasivo. Bypass intestinali non invasivi. La bionda chiede il recapito. Si dovrebbe chiamare Bussiello. Sembra affidabile stando alle premesse. Nel frattempo la suora passeggia, si copre, prepara lo zaino e non vede l’ora di scendere a Napoli Centrale.

La mora chiama la nipote che pesava 108 kg, adesso partecipa ai provini.

La nipote dice che il dottore è morto.

E lei non si sente tanto bene.

La suora e la mora con la bionda mi salutano augurando buon lavoro. Mi avranno preso per uno che lavora, in effetti, da quando sono sul treno non ho fatto che scrivere; di loro. 

domenica 23 marzo 2014

Dal lato del padrone


La volta che ha fallito aveva gli occhi del padre. Imbottigliato nel traffico umano poteva liberarsi solo con la rendita e qualche piccolo servizio. Banana, cacao, pomodori e trecento ettari. Aveva un patrimonio pubblico per scappare senza biglietto. Non voleva muoversi, né faticare. Voleva solo rimuovere la ricchezza e distribuirla fra le sue tasche. Tutto questo soltanto dopo averci provato posando i suoi sogni su sentieri mai solcati. Da giovane diceva di guardare al passato per prendere la rincorsa. A volte non è sufficiente. Il fango ti tira giù e gli pneumatici si scorticano. Mollò il villaggio, abbandonò il suo continente.

I vaccini e le armi. La droga e le bimbe. La rendita perfetta. Gli sfizi. 

Abbandonare non significa andare via, per farlo basta sradicare il corpo dalla terra, dimenticare di essere albero e diventare uomo occidentale privo di radici. I soldi fra le mani sono del colore che vuole, basta girarle dal lato del padrone.